The Project Gutenberg eBook of La Divina Commedia de Dante: Inferno, by Dante Alighieri
Nel mezzo del cammin di nostra vita Ahi quanto a dir qual era è cosa dura Tant’ è amara che poco è più morte; Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai, Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto, guardai in alto e vidi le sue spalle Allor fu la paura un poco queta, E come quei che con lena affannata, così l’animo mio, ch’ancor fuggiva, Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso, Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta, e non mi si partia dinanzi al volto, Temp’ era dal principio del mattino, mosse di prima quelle cose belle; l’ora del tempo e la dolce stagione; Questi parea che contra me venisse Ed una lupa, che di tutte brame questa mi porse tanto di gravezza E qual è quei che volontieri acquista, tal mi fece la bestia sanza pace, Mentre ch’i’ rovinava in basso loco, Quando vidi costui nel gran diserto, Rispuosemi: «Non omo, omo già fui, Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi, Poeta fui, e cantai di quel giusto Ma tu perché ritorni a tanta noia? «Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte «O de li altri poeti onore e lume, Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore, Vedi la bestia per cu’ io mi volsi; «A te convien tenere altro vïaggio», ché questa bestia, per la qual tu gride, e ha natura sì malvagia e ria, Molti son li animali a cui s’ammoglia, Questi non ciberà terra né peltro, Di quella umile Italia fia salute Questi la caccerà per ogne villa, Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno ove udirai le disperate strida, e vederai color che son contenti A le quai poi se tu vorrai salire, ché quello imperador che là sù regna, In tutte parti impera e quivi regge; E io a lui: «Poeta, io ti richeggio che tu mi meni là dov’ or dicesti, Allor si mosse, e io li tenni dietro. Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno m’apparecchiava a sostener la guerra O muse, o alto ingegno, or m’aiutate; Io cominciai: «Poeta che mi guidi, Tu dici che di Silvïo il parente, Però, se l’avversario d’ogne male non pare indegno ad omo d’intelletto; la quale e ’l quale, a voler dir lo vero, Per quest’ andata onde li dai tu vanto, Andovvi poi lo Vas d’elezïone, Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede? Per che, se del venire io m’abbandono, E qual è quei che disvuol ciò che volle tal mi fec’ ïo ’n quella oscura costa, «S’i’ ho ben la parola tua intesa», la qual molte fïate l’omo ingombra Da questa tema acciò che tu ti solve, Io era tra color che son sospesi, Lucevan li occhi suoi più che la stella; “O anima cortese mantoana, l’amico mio, e non de la ventura, e temo che non sia già sì smarrito, Or movi, e con la tua parola ornata I’ son Beatrice che ti faccio andare; Quando sarò dinanzi al segnor mio, “O donna di virtù sola per cui tanto m’aggrada il tuo comandamento, Ma dimmi la cagion che non ti guardi “Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro, Temer si dee di sole quelle cose I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale, Donna è gentil nel ciel che si compiange Questa chiese Lucia in suo dimando Lucia, nimica di ciascun crudele, Disse:—Beatrice, loda di Dio vera, Non odi tu la pieta del suo pianto, Al mondo non fur mai persone ratte venni qua giù del mio beato scanno, Poscia che m’ebbe ragionato questo, E venni a te così com’ ella volse: Dunque: che è? perché, perché restai, poscia che tai tre donne benedette Quali fioretti dal notturno gelo tal mi fec’ io di mia virtude stanca, «Oh pietosa colei che mi soccorse! Tu m’hai con disiderio il cor disposto Or va, ch’un sol volere è d’ambedue: intrai per lo cammino alto e silvestro. ‘Per me si va ne la città dolente, Giustizia mosse il mio alto fattore; Dinanzi a me non fuor cose create Queste parole di colore oscuro Ed elli a me, come persona accorta: Noi siam venuti al loco ov’ i’ t’ho detto E poi che la sua mano a la mia puose Quivi sospiri, pianti e alti guai Diverse lingue, orribili favelle, facevano un tumulto, il qual s’aggira E io ch’avea d’error la testa cinta, Ed elli a me: «Questo misero modo Mischiate sono a quel cattivo coro Caccianli i ciel per non esser men belli, E io: «Maestro, che è tanto greve Questi non hanno speranza di morte, Fama di loro il mondo esser non lassa; E io, che riguardai, vidi una ’nsegna e dietro le venìa sì lunga tratta Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto, Incontanente intesi e certo fui Questi sciaurati, che mai non fur vivi, Elle rigavan lor di sangue il volto, E poi ch’a riguardar oltre mi diedi, ch’i’ sappia quali sono, e qual costume Ed elli a me: «Le cose ti fier conte Allor con li occhi vergognosi e bassi, Ed ecco verso noi venir per nave Non isperate mai veder lo cielo: E tu che se’ costì, anima viva, disse: «Per altra via, per altri porti E ’l duca lui: «Caron, non ti crucciare: Quinci fuor quete le lanose gote Ma quell’ anime, ch’eran lasse e nude, Bestemmiavano Dio e lor parenti, Poi si ritrasser tutte quante insieme, Caron dimonio, con occhi di bragia Come d’autunno si levan le foglie similemente il mal seme d’Adamo Così sen vanno su per l’onda bruna, «Figliuol mio», disse ’l maestro cortese, e pronti sono a trapassar lo rio, Quinci non passa mai anima buona; Finito questo, la buia campagna La terra lagrimosa diede vento, e caddi come l’uom cui sonno piglia. Ruppemi l’alto sonno ne la testa e l’occhio riposato intorno mossi, Vero è che ’n su la proda mi trovai Oscura e profonda era e nebulosa «Or discendiam qua giù nel cieco mondo», E io, che del color mi fui accorto, Ed elli a me: «L’angoscia de le genti Andiam, ché la via lunga ne sospigne». Quivi, secondo che per ascoltare, ciò avvenia di duol sanza martìri, Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi, e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo, Per tai difetti, non per altro rio, Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi, «Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore», «uscicci mai alcuno, o per suo merto rispuose: «Io era nuovo in questo stato, Trasseci l’ombra del primo parente, Abraàm patrïarca e Davìd re, e altri molti, e feceli beati. Non lasciavam l’andar perch’ ei dicessi, Non era lunga ancor la nostra via Di lungi n’eravamo ancora un poco, «O tu ch’onori scïenzïa e arte, E quelli a me: «L’onrata nominanza Intanto voce fu per me udita: Poi che la voce fu restata e queta, Lo buon maestro cominciò a dire: quelli è Omero poeta sovrano; Però che ciascun meco si convene Così vid’ i’ adunar la bella scola Da ch’ebber ragionato insieme alquanto, e più d’onore ancora assai mi fenno, Così andammo infino a la lumera, Venimmo al piè d’un nobile castello, Questo passammo come terra dura; Genti v’eran con occhi tardi e gravi, Traemmoci così da l’un de’ canti, Colà diritto, sovra ’l verde smalto, I’ vidi Eletra con molti compagni, Vidi Cammilla e la Pantasilea; Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino, Poi ch’innalzai un poco più le ciglia, Tutti lo miran, tutti onor li fanno: Democrito che ’l mondo a caso pone, e vidi il buono accoglitor del quale, Euclide geomètra e Tolomeo, Io non posso ritrar di tutti a pieno, La sesta compagnia in due si scema: E vegno in parte ove non è che luca. Così discesi del cerchio primaio Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: Dico che quando l’anima mal nata vede qual loco d’inferno è da essa; Sempre dinanzi a lui ne stanno molte: «O tu che vieni al doloroso ospizio», «guarda com’ entri e di cui tu ti fide; Non impedir lo suo fatale andare: Or incomincian le dolenti note Io venni in loco d’ogne luce muto, La bufera infernal, che mai non resta, Quando giungon davanti a la ruina, Intesi ch’a così fatto tormento E come li stornei ne portan l’ali di qua, di là, di giù, di sù li mena; E come i gru van cantando lor lai, ombre portate da la detta briga; «La prima di color di cui novelle A vizio di lussuria fu sì rotta, Ell’ è Semiramìs, di cui si legge L’altra è colei che s’ancise amorosa, Elena vedi, per cui tanto reo Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito I’ cominciai: «Poeta, volontieri Ed elli a me: «Vedrai quando saranno Sì tosto come il vento a noi li piega, Quali colombe dal disio chiamate cotali uscir de la schiera ov’ è Dido, «O animal grazïoso e benigno se fosse amico il re de l’universo, Di quel che udire e che parlar vi piace, Siede la terra dove nata fui Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende, Amor, ch’a nullo amato amar perdona, Amor condusse noi ad una morte. Quand’ io intesi quell’ anime offense, Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso, Poi mi rivolsi a loro e parla’ io, Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri, E quella a me: «Nessun maggior dolore Ma s’a conoscer la prima radice Noi leggiavamo un giorno per diletto Per più fïate li occhi ci sospinse Quando leggemmo il disïato riso la bocca mi basciò tutto tremante. Mentre che l’uno spirto questo disse, E caddi come corpo morto cade. Al tornar de la mente, che si chiuse novi tormenti e novi tormentati Io sono al terzo cerchio, de la piova Grandine grossa, acqua tinta e neve Cerbero, fiera crudele e diversa, Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra, Urlar li fa la pioggia come cani; Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, E ’l duca mio distese le sue spanne, Qual è quel cane ch’abbaiando agogna, cotai si fecer quelle facce lorde Noi passavam su per l’ombre che adona Elle giacean per terra tutte quante, «O tu che se’ per questo ’nferno tratto», E io a lui: «L’angoscia che tu hai Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: E io anima trista non son sola, Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno li cittadin de la città partita; E quelli a me: «Dopo lunga tencione Poi appresso convien che questa caggia Alte terrà lungo tempo le fronti, Giusti son due, e non vi sono intesi; Qui puose fine al lagrimabil suono. Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni, dimmi ove sono e fa ch’io li conosca; E quelli: «Ei son tra l’anime più nere; Ma quando tu sarai nel dolce mondo, Li diritti occhi torse allora in biechi; E ’l duca disse a me: «Più non si desta ciascun rivederà la trista tomba, Sì trapassammo per sozza mistura per ch’io dissi: «Maestro, esti tormenti Ed elli a me: «Ritorna a tua scïenza, Tutto che questa gente maladetta Noi aggirammo a tondo quella strada, quivi trovammo Pluto, il gran nemico. «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!», disse per confortarmi: «Non ti noccia Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia, Non è sanza cagion l’andare al cupo: Quali dal vento le gonfiate vele Così scendemmo ne la quarta lacca, Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa Come fa l’onda là sovra Cariddi, Qui vid’ i’ gente più ch’altrove troppa, Percotëansi ’ncontro; e poscia pur lì Così tornavan per lo cerchio tetro poi si volgea ciascun, quand’ era giunto, dissi: «Maestro mio, or mi dimostra Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci Assai la voce lor chiaro l’abbaia, Questi fuor cherci, che non han coperchio E io: «Maestro, tra questi cotali Ed elli a me: «Vano pensiero aduni: In etterno verranno a li due cozzi: Mal dare e mal tener lo mondo pulcro Or puoi, figliuol, veder la corta buffa ché tutto l’oro ch’è sotto la luna «Maestro mio», diss’ io, «or mi dì anche: E quelli a me: «Oh creature sciocche, Colui lo cui saver tutto trascende, distribuendo igualmente la luce. che permutasse a tempo li ben vani per ch’una gente impera e l’altra langue, Vostro saver non ha contasto a lei: Le sue permutazion non hanno triegue: Quest’ è colei ch’è tanto posta in croce ma ella s’è beata e ciò non ode: Or discendiamo omai a maggior pieta; Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva L’acqua era buia assai più che persa; In la palude va c’ha nome Stige E io, che di mirare stava inteso, Queste si percotean non pur con mano, Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi che sotto l’acqua è gente che sospira, Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo or ci attristiam ne la belletta negra”. Così girammo de la lorda pozza Venimmo al piè d’una torre al da sezzo. Io dico, seguitando, ch’assai prima per due fiammette che i vedemmo porre, E io mi volsi al mar di tutto ’l senno; Ed elli a me: «Su per le sucide onde Corda non pinse mai da sé saetta venir per l’acqua verso noi in quella, «Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto», Qual è colui che grande inganno ascolta Lo duca mio discese ne la barca, Tosto che ’l duca e io nel legno fui, Mentre noi corravam la morta gora, E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango; E io a lui: «Con piangere e con lutto, Allor distese al legno ambo le mani; Lo collo poi con le braccia mi cinse; Quei fu al mondo persona orgogliosa; Quanti si tegnon or là sù gran regi E io: «Maestro, molto sarei vago Ed elli a me: «Avante che la proda Dopo ciò poco vid’ io quello strazio Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»; Quivi il lasciammo, che più non ne narro; Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo, E io: «Maestro, già le sue meschite fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse Non sanza prima far grande aggirata, Io vidi più di mille in su le porte va per lo regno de la morta gente?». Allor chiusero un poco il gran disdegno Sol si ritorni per la folle strada: Pensa, lettor, se io mi sconfortai «O caro duca mio, che più di sette non mi lasciar», diss’ io, «così disfatto; E quel segnor che lì m’avea menato, Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso Così sen va, e quivi m’abbandona Udir non potti quello ch’a lor porse; Chiuser le porte que’ nostri avversari Li occhi a la terra e le ciglia avea rase E a me disse: «Tu, perch’ io m’adiri, Questa lor tracotanza non è nova; Sovr’ essa vedestù la scritta morta: tal che per lui ne fia la terra aperta». Quel color che viltà di fuor mi pinse Attento si fermò com’ uom ch’ascolta; «Pur a noi converrà vincer la punga», I’ vidi ben sì com’ ei ricoperse ma nondimen paura il suo dir dienne, «In questo fondo de la trista conca Questa question fec’ io; e quei «Di rado Ver è ch’altra fïata qua giù fui, Di poco era di me la carne nuda, Quell’ è ’l più basso loco e ’l più oscuro, Questa palude che ’l gran puzzo spira E altro disse, ma non l’ho a mente; dove in un punto furon dritte ratto e con idre verdissime eran cinte; E quei, che ben conobbe le meschine Quest’ è Megera dal sinistro canto; Con l’unghie si fendea ciascuna il petto; «Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto», «Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso; Così disse ’l maestro; ed elli stessi O voi ch’avete li ’ntelletti sani, E già venìa su per le torbide onde non altrimenti fatto che d’un vento li rami schianta, abbatte e porta fori; Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo Come le rane innanzi a la nimica vid’ io più di mille anime distrutte Dal volto rimovea quell’ aere grasso, Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo, Ahi quanto mi parea pien di disdegno! «O cacciati del ciel, gente dispetta», Perché recalcitrate a quella voglia Che giova ne le fata dar di cozzo? Poi si rivolse per la strada lorda, che quella di colui che li è davante; Dentro li ’ntrammo sanz’ alcuna guerra; com’ io fui dentro, l’occhio intorno invio: Sì come ad Arli, ove Rodano stagna, fanno i sepulcri tutt’ il loco varo, ché tra li avelli fiamme erano sparte, Tutti li lor coperchi eran sospesi, E io: «Maestro, quai son quelle genti E quelli a me: «Qui son li eresïarche Simile qui con simile è sepolto, passammo tra i martìri e li alti spaldi. Ora sen va per un secreto calle, «O virtù somma, che per li empi giri La gente che per li sepolcri giace E quelli a me: «Tutti saran serrati Suo cimitero da questa parte hanno Però a la dimanda che mi faci E io: «Buon duca, non tegno riposto «O Tosco che per la città del foco La tua loquela ti fa manifesto Subitamente questo suono uscìo Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai? Io avea già il mio viso nel suo fitto; E l’animose man del duca e pronte Com’ io al piè de la sua tomba fui, Io ch’era d’ubidir disideroso, poi disse: «Fieramente furo avversi «S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte», Allor surse a la vista scoperchiata Dintorno mi guardò, come talento piangendo disse: «Se per questo cieco E io a lui: «Da me stesso non vegno: Le sue parole e ’l modo de la pena Di sùbito drizzato gridò: «Come? Quando s’accorse d’alcuna dimora Ma quell’ altro magnanimo, a cui posta e sé continüando al primo detto, Ma non cinquanta volte fia raccesa E se tu mai nel dolce mondo regge, Ond’ io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso, Ma fu’ io solo, là dove sofferto «Deh, se riposi mai vostra semenza», El par che voi veggiate, se ben odo, «Noi veggiam, come quei c’ha mala luce, Quando s’appressano o son, tutto è vano Però comprender puoi che tutta morta Allor, come di mia colpa compunto, e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto, E già ’l maestro mio mi richiamava; Dissemi: «Qui con più di mille giaccio: Indi s’ascose; e io inver’ l’antico Elli si mosse; e poi, così andando, «La mente tua conservi quel ch’udito «quando sarai dinanzi al dolce raggio Appresso mosse a man sinistra il piede: che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo. In su l’estremità d’un’alta ripa e quivi, per l’orribile soperchio d’un grand’ avello, ov’ io vidi una scritta «Lo nostro scender conviene esser tardo, Così ’l maestro; e io «Alcun compenso», «Figliuol mio, dentro da cotesti sassi», Tutti son pien di spirti maladetti; D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista, Ma perché frode è de l’uom proprio male, Di vïolenti il primo cerchio è tutto; A Dio, a sé, al prossimo si pòne Morte per forza e ferute dogliose onde omicide e ciascun che mal fiere, Puote omo avere in sé man vïolenta qualunque priva sé del vostro mondo, Puossi far forza ne la deïtade, e però lo minor giron suggella La frode, ond’ ogne coscïenza è morsa, Questo modo di retro par ch’incida ipocresia, lusinghe e chi affattura, Per l’altro modo quell’ amor s’oblia onde nel cerchio minore, ov’ è ’l punto E io: «Maestro, assai chiara procede Ma dimmi: quei de la palude pingue, perché non dentro da la città roggia Ed elli a me «Perché tanto delira», Non ti rimembra di quelle parole incontenenza, malizia e la matta Se tu riguardi ben questa sentenza, tu vedrai ben perché da questi felli «O sol che sani ogne vista turbata, Ancora in dietro un poco ti rivolvi», «Filosofia», mi disse, «a chi la ’ntende, dal divino ’ntelletto e da sua arte; che l’arte vostra quella, quanto pote, Da queste due, se tu ti rechi a mente e perché l’usuriere altra via tene, Ma seguimi oramai che ’l gir mi piace; e ’l balzo via là oltra si dismonta». Era lo loco ov’ a scender la riva Qual è quella ruina che nel fianco che da cima del monte, onde si mosse, cotal di quel burrato era la scesa; che fu concetta ne la falsa vacca; Lo savio mio inver’ lui gridò: «Forse Pàrtiti, bestia, ché questi non vene Qual è quel toro che si slaccia in quella vid’ io lo Minotauro far cotale; Così prendemmo via giù per lo scarco Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensi Or vo’ che sappi che l’altra fïata Ma certo poco pria, se ben discerno, da tutte parti l’alta valle feda più volte il mondo in caòsso converso; Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia Oh cieca cupidigia e ira folle, Io vidi un’ampia fossa in arco torta, e tra ’l piè de la ripa ed essa, in traccia Veggendoci calar, ciascun ristette, e l’un gridò da lungi: «A qual martiro Lo mio maestro disse: «La risposta Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso, E quel di mezzo, ch’al petto si mira, Dintorno al fosso vanno a mille a mille, Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle: Quando s’ebbe scoperta la gran bocca, Così non soglion far li piè d’i morti». rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto Tal si partì da cantare alleluia Ma per quella virtù per cu’ io movo e che ne mostri là dove si guada, Chirón si volse in su la destra poppa, Or ci movemmo con la scorta fida Io vidi gente sotto infino al ciglio; Quivi si piangon li spietati danni; E quella fronte c’ha ’l pel così nero, fu spento dal figliastro sù nel mondo». Poco più oltre il centauro s’affisse Mostrocci un’ombra da l’un canto sola, Poi vidi gente che di fuor del rio Così a più a più si facea basso «Sì come tu da questa parte vedi che da quest’ altra a più a più giù prema La divina giustizia di qua punge le lagrime, che col bollor diserra, Poi si rivolse e ripassossi ’l guazzo. Non era ancor di là Nesso arrivato, Non fronda verde, ma di color fosco; Non han sì aspri sterpi né sì folti Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno, Ali hanno late, e colli e visi umani, E ’l buon maestro «Prima che più entre, che tu verrai ne l’orribil sabbione. Io sentia d’ogne parte trarre guai Cred’ ïo ch’ei credette ch’io credesse Però disse ’l maestro: «Se tu tronchi Allor porsi la mano un poco avante Da che fatto fu poi di sangue bruno, Uomini fummo, e or siam fatti sterpi: Come d’un stizzo verde ch’arso sia sì de la scheggia rotta usciva insieme «S’elli avesse potuto creder prima», non averebbe in te la man distesa; Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece E ’l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi, Io son colui che tenni ambo le chiavi che dal secreto suo quasi ogn’ uom tolsi; La meretrice che mai da l’ospizio infiammò contra me li animi tutti; L’animo mio, per disdegnoso gusto, Per le nove radici d’esto legno E se di voi alcun nel mondo riede, Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace», Ond’ ïo a lui: «Domandal tu ancora Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia di dirne come l’anima si lega Allor soffiò il tronco forte, e poi Quando si parte l’anima feroce Cade in la selva, e non l’è parte scelta; Surge in vermena e in pianta silvestra: Come l’altre verrem per nostre spoglie, Qui le strascineremo, e per la mesta Noi eravamo ancora al tronco attesi, similemente a colui che venire Ed ecco due da la sinistra costa, Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!». le gambe tue a le giostre dal Toppo!». Di rietro a loro era la selva piena In quel che s’appiattò miser li denti, Presemi allor la mia scorta per mano, «O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea, Quando ’l maestro fu sovr’ esso fermo, Ed elli a noi: «O anime che giunte raccoglietele al piè del tristo cesto. sempre con l’arte sua la farà trista; que’ cittadin che poi la rifondarno Io fei gibetto a me de le mie case». Poi che la carità del natio loco Indi venimmo al fine ove si parte A ben manifestar le cose nove, La dolorosa selva l’è ghirlanda Lo spazzo era una rena arida e spessa, O vendetta di Dio, quanto tu dei D’anime nude vidi molte gregge Supin giacea in terra alcuna gente, Quella che giva ’ntorno era più molta, Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento, Quali Alessandro in quelle parti calde per ch’ei provide a scalpitar lo suolo tale scendeva l’etternale ardore; Sanza riposo mai era la tresca I’ cominciai: «Maestro, tu che vinci chi è quel grande che non par che curi E quel medesmo, che si fu accorto Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui o s’elli stanchi li altri a muta a muta sì com’ el fece a la pugna di Flegra, Allora il duca mio parlò di forza la tua superbia, se’ tu più punito; Poi si rivolse a me con miglior labbia, Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi; Or mi vien dietro, e guarda che non metti, Tacendo divenimmo là ’ve spiccia Quale del Bulicame esce ruscello Lo fondo suo e ambo le pendici «Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato, cosa non fu da li tuoi occhi scorta Queste parole fuor del duca mio; «In mezzo mar siede un paese guasto», Una montagna v’è che già fu lieta Rëa la scelse già per cuna fida Dentro dal monte sta dritto un gran veglio, La sua testa è di fin oro formata, da indi in giuso è tutto ferro eletto, Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta Lor corso in questa valle si diroccia; infin, là ove più non si dismonta, E io a lui: «Se ’l presente rigagno Ed elli a me: «Tu sai che ’l loco è tondo; non se’ ancor per tutto ’l cerchio vòlto; E io ancor: «Maestro, ove si trova «In tutte tue question certo mi piaci», Letè vedrai, ma fuor di questa fossa, Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi e sopra loro ogne vapor si spegne». Ora cen porta l’un de’ duri margini; Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia, e quali Padoan lungo la Brenta, a tale imagine eran fatti quelli, Già eravam da la selva rimossi quando incontrammo d’anime una schiera guardare uno altro sotto nuova luna; Così adocchiato da cotal famiglia, E io, quando ’l suo braccio a me distese, la conoscenza süa al mio ’ntelletto; E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia I’ dissi lui: «Quanto posso, ven preco; «O figliuol», disse, «qual di questa greggia Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni; Io non osava scender de la strada El cominciò: «Qual fortuna o destino «Là sù di sopra, in la vita serena», Pur ier mattina le volsi le spalle: Ed elli a me: «Se tu segui tua stella, e s’io non fossi sì per tempo morto, Ma quello ingrato popolo maligno ti si farà, per tuo ben far, nimico; Vecchia fama nel mondo li chiama orbi; La tua fortuna tanto onor ti serba, Faccian le bestie fiesolane strame in cui riviva la sementa santa «Se fosse tutto pieno il mio dimando», ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora, m’insegnavate come l’uom s’etterna: Ciò che narrate di mio corso scrivo, Tanto vogl’ io che vi sia manifesto, Non è nuova a li orecchi miei tal arra: Lo mio maestro allora in su la gota Né per tanto di men parlando vommi Ed elli a me: «Saper d’alcuno è buono; In somma sappi che tutti fur cherci Priscian sen va con quella turba grama, colui potei che dal servo de’ servi Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone Gente vien con la quale esser non deggio. Poi si rivolse, e parve di coloro quelli che vince, non colui che perde. Già era in loco onde s’udia ’l rimbombo quando tre ombre insieme si partiro, Venian ver’ noi, e ciascuna gridava: Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri, A le lor grida il mio dottor s’attese; E se non fosse il foco che saetta Ricominciar, come noi restammo, ei Qual sogliono i campion far nudi e unti, così rotando, ciascuno il visaggio E «Se miseria d’esto loco sollo la fama nostra il tuo animo pieghi Questi, l’orme di cui pestar mi vedi, nepote fu de la buona Gualdrada; L’altro, ch’appresso me la rena trita, E io, che posto son con loro in croce, S’i’ fossi stato dal foco coperto, ma perch’ io mi sarei brusciato e cotto, Poi cominciai: «Non dispetto, ma doglia tosto che questo mio segnor mi disse Di vostra terra sono, e sempre mai Lascio lo fele e vo per dolci pomi «Se lungamente l’anima conduca cortesia e valor dì se dimora ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole «La gente nuova e i sùbiti guadagni Così gridai con la faccia levata; «Se l’altre volte sì poco ti costa», Però, se campi d’esti luoghi bui fa che di noi a la gente favelle». Un amen non saria possuto dirsi Io lo seguiva, e poco eravam iti, Come quel fiume c’ha proprio cammino che si chiama Acquacheta suso, avante rimbomba là sovra San Benedetto così, giù d’una ripa discoscesa, Io avea una corda intorno cinta, Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta, Ond’ ei si volse inver’ lo destro lato, ‘E’ pur convien che novità risponda’, Ahi quanto cauti li uomini esser dienno El disse a me: «Tosto verrà di sovra Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna ma qui tacer nol posso; e per le note ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro sì come torna colui che va giuso che ’n sù si stende e da piè si rattrappa. «Ecco la fiera con la coda aguzza, Sì cominciò lo mio duca a parlarmi; E quella sozza imagine di froda La faccia sua era faccia d’uom giusto, due branche avea pilose insin l’ascelle; Con più color, sommesse e sovraposte Come talvolta stanno a riva i burchi, lo bivero s’assetta a far sua guerra, Nel vano tutta sua coda guizzava, Lo duca disse: «Or convien che si torca Però scendemmo a la destra mammella, E quando noi a lei venuti semo, Quivi ’l maestro «Acciò che tutta piena Li tuoi ragionamenti sian là corti; Così ancor su per la strema testa Per li occhi fora scoppiava lor duolo; non altrimenti fan di state i cani Poi che nel viso a certi li occhi porsi, che dal collo a ciascun pendea una tasca E com’ io riguardando tra lor vegno, Poi, procedendo di mio sguardo il curro, E un che d’una scrofa azzurra e grossa Or te ne va; e perché se’ vivo anco, Con questi Fiorentin son padoano: che recherà la tasca con tre becchi!”». E io, temendo no ’l più star crucciasse Trova’ il duca mio ch’era salito Omai si scende per sì fatte scale; Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo tal divenn’ io a le parole porte; I’ m’assettai in su quelle spallacce; Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne e disse: «Gerïon, moviti omai: Come la navicella esce di loco là ’v’ era ’l petto, la coda rivolse, Maggior paura non credo che fosse né quando Icaro misero le reni che fu la mia, quando vidi ch’i’ era Ella sen va notando lenta lenta; Io sentia già da la man destra il gorgo Allor fu’ io più timido a lo stoscio, E vidi poi, ché nol vedea davanti, Come ’l falcon ch’è stato assai su l’ali, discende lasso onde si move isnello, così ne puose al fondo Gerïone si dileguò come da corda cocca. Luogo è in inferno detto Malebolge, Nel dritto mezzo del campo maligno Quel cinghio che rimane adunque è tondo Quale, dove per guardia de le mura tale imagine quivi facean quelli; così da imo de la roccia scogli In questo luogo, de la schiena scossi A la man destra vidi nova pieta, Nel fondo erano ignudi i peccatori; come i Roman per l’essercito molto, che da l’un lato tutti hanno la fronte Di qua, di là, su per lo sasso tetro Ahi come facean lor levar le berze Mentr’ io andava, li occhi miei in uno Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi; E quel frustato celar si credette se le fazion che porti non son false, Ed elli a me: «Mal volontier lo dico; I’ fui colui che la Ghisolabella E non pur io qui piango bolognese; a dicer ‘sipa’ tra Sàvena e Reno; Così parlando il percosse un demonio I’ mi raggiunsi con la scorta mia; Assai leggeramente quel salimmo; Quando noi fummo là dov’ el vaneggia lo viso in te di quest’ altri mal nati, Del vecchio ponte guardavam la traccia E ’l buon maestro, sanza mia dimanda, quanto aspetto reale ancor ritene! Ello passò per l’isola di Lenno Ivi con segni e con parole ornate Lasciolla quivi, gravida, soletta; Con lui sen va chi da tal parte inganna; Già eravam là ’ve lo stretto calle Quindi sentimmo gente che si nicchia Le ripe eran grommate d’una muffa, Lo fondo è cupo sì, che non ci basta Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco, Quei mi sgridò: «Perché se’ tu sì gordo già t’ho veduto coi capelli asciutti, Ed elli allor, battendosi la zucca: Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe», di quella sozza e scapigliata fante Taïde è, la puttana che rispuose E quinci sian le nostre viste sazie». O Simon mago, o miseri seguaci per oro e per argento avolterate, Già eravamo, a la seguente tomba, O somma sapïenza, quanta è l’arte Io vidi per le coste e per lo fondo Non mi parean men ampi né maggiori l’un de li quali, ancor non è molt’ anni, Fuor de la bocca a ciascun soperchiava Le piante erano a tutti accese intrambe; Qual suole il fiammeggiar de le cose unte «Chi è colui, maestro, che si cruccia Ed elli a me: «Se tu vuo’ ch’i’ ti porti E io: «Tanto m’è bel, quanto a te piace: Allor venimmo in su l’argine quarto; Lo buon maestro ancor de la sua anca «O qual che se’ che ’l di sù tien di sotto, Io stava come ’l frate che confessa Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto, Se’ tu sì tosto di quell’ aver sazio Tal mi fec’ io, quai son color che stanno, Allor Virgilio disse: «Dilli tosto: Per che lo spirto tutti storse i piedi; Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto, e veramente fui figliuol de l’orsa, Di sotto al capo mio son li altri tratti Là giù cascherò io altresì quando Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi ché dopo lui verrà di più laida opra, Nuovo Iasón sarà, di cui si legge Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle, Nostro Segnore in prima da san Pietro Né Pier né li altri tolsero a Matia Però ti sta, ché tu se’ ben punito; E se non fosse ch’ancor lo mi vieta io userei parole ancor più gravi; Di voi pastor s’accorse il Vangelista, quella che con le sette teste nacque, Fatto v’avete dio d’oro e d’argento; Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, E mentr’ io li cantava cotai note, I’ credo ben ch’al mio duca piacesse, Però con ambo le braccia mi prese; Né si stancò d’avermi a sé distretto, Quivi soavemente spuose il carco, Indi un altro vallon mi fu scoperto. Di nova pena mi conven far versi Io era già disposto tutto quanto e vidi gente per lo vallon tondo Come ’l viso mi scese in lor più basso, ché da le reni era tornato ’l volto, Forse per forza già di parlasia Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto quando la nostra imagine di presso Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi Qui vive la pietà quand’ è ben morta; Drizza la testa, drizza, e vedi a cui Anfïarao? perché lasci la guerra?”. Mira c’ha fatto petto de le spalle; Vedi Tiresia, che mutò sembiante e prima, poi, ribatter li convenne Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga, ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca E quella che ricuopre le mammelle, Manto fu, che cercò per terre molte; Poscia che ’l padre suo di vita uscìo Suso in Italia bella giace un laco, Per mille fonti, credo, e più si bagna Loco è nel mezzo là dove ’l trentino Siede Peschiera, bello e forte arnese Ivi convien che tutto quanto caschi Tosto che l’acqua a correr mette co, Non molto ha corso, ch’el trova una lama, Quindi passando la vergine cruda Lì, per fuggire ogne consorzio umano, Li uomini poi che ’ntorno erano sparti Fer la città sovra quell’ ossa morte; Già fuor le genti sue dentro più spesse, Però t’assenno che, se tu mai odi E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti Ma dimmi, de la gente che procede, Allor mi disse: «Quel che da la gota sì ch’a pena rimaser per le cune— Euripilo ebbe nome, e così ’l canta Quell’ altro che ne’ fianchi è così poco, Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente, Vedi le triste che lasciaron l’ago, Ma vienne omai, ché già tiene ’l confine e già iernotte fu la luna tonda: Sì mi parlava, e andavamo introcque. Così di ponte in ponte, altro parlando restammo per veder l’altra fessura Quale ne l’arzanà de’ Viniziani ché navicar non ponno—in quella vece chi ribatte da proda e chi da poppa; tal, non per foco ma per divin’ arte, I’ vedea lei, ma non vedëa in essa Mentr’ io là giù fisamente mirava, Allor mi volsi come l’uom cui tarda che, per veder, non indugia ’l partire: Ahi quant’ elli era ne l’aspetto fero! L’omero suo, ch’era aguto e superbo, Del nostro ponte disse: «O Malebranche, a quella terra, che n’è ben fornita: Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro Quel s’attuffò, e tornò sù convolto; qui si nuota altrimenti che nel Serchio! Poi l’addentar con più di cento raffi, Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli Lo buon maestro «Acciò che non si paia e per nulla offension che mi sia fatta, Poscia passò di là dal co del ponte; Con quel furore e con quella tempesta usciron quei di sotto al ponticello, Innanzi che l’uncin vostro mi pigli, Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»; «Credi tu, Malacoda, qui vedermi sanza voler divino e fato destro? Allor li fu l’orgoglio sì caduto, E ’l duca mio a me: «O tu che siedi Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto; così vid’ ïo già temer li fanti I’ m’accostai con tutta la persona Ei chinavan li raffi e «Vuo’ che ’l tocchi», Ma quel demonio che tenea sermone Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo E se l’andare avante pur vi piace, Ier, più oltre cinqu’ ore che quest’ otta, Io mando verso là di questi miei «Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina», Libicocco vegn’ oltre e Draghignazzo, Cercate ’ntorno le boglienti pane; «Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?», Se tu se’ sì accorto come suoli, Ed elli a me: «Non vo’ che tu paventi; Per l’argine sinistro volta dienno; ed elli avea del cul fatto trombetta. Io vidi già cavalier muover campo, corridor vidi per la terra vostra, quando con trombe, e quando con campane, né già con sì diversa cennamella Noi andavam con li diece demoni. Pur a la pegola era la mia ’ntesa, Come i dalfini, quando fanno segno talor così, ad alleggiar la pena, E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso sì stavan d’ogne parte i peccatori; I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia, e Graffiacan, che li era più di contra, I’ sapea già di tutti quanti ’l nome, «O Rubicante, fa che tu li metti E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi, Lo duca mio li s’accostò allato; Mia madre a servo d’un segnor mi puose, Poi fui famiglia del buon re Tebaldo; E Cirïatto, a cui di bocca uscia Tra male gatte era venuto ’l sorco; E al maestro mio volse la faccia; Lo duca dunque: «Or dì: de li altri rii poco è, da un che fu di là vicino. E Libicocco «Troppo avem sofferto», Draghignazzo anco i volle dar di piglio Quand’ elli un poco rappaciati fuoro, «Chi fu colui da cui mala partita quel di Gallura, vasel d’ogne froda, Danar si tolse e lasciolli di piano, Usa con esso donno Michel Zanche Omè, vedete l’altro che digrigna; E ’l gran proposto, vòlto a Farfarello «Se voi volete vedere o udire», ma stieno i Malebranche un poco in cesso, per un ch’io son, ne farò venir sette Cagnazzo a cotal motto levò ’l muso, Ond’ ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia, Alichin non si tenne e, di rintoppo ma batterò sovra la pece l’ali. O tu che leggi, udirai nuovo ludo: Lo Navarrese ben suo tempo colse; Di che ciascun di colpa fu compunto, Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto non altrimenti l’anitra di botto, Irato Calcabrina de la buffa, e come ’l barattier fu disparito, Ma l’altro fu bene sparvier grifagno Lo caldo sghermitor sùbito fue; Barbariccia, con li altri suoi dolente, di qua, di là discesero a la posta; E noi lasciammo lor così ’mpacciati. Taciti, soli, sanza compagnia Vòlt’ era in su la favola d’Isopo ché più non si pareggia ‘mo’ e ‘issa’ E come l’un pensier de l’altro scoppia, Io pensava così: ‘Questi per noi Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa, Già mi sentia tutti arricciar li peli te e me tostamente, i’ ho pavento E quei: «S’i’ fossi di piombato vetro, Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ’ miei, S’elli è che sì la destra costa giaccia, Già non compié di tal consiglio rendere, Lo duca mio di sùbito mi prese, che prende il figlio e fugge e non s’arresta, e giù dal collo de la ripa dura Non corse mai sì tosto acqua per doccia come ’l maestro mio per quel vivagno, A pena fuoro i piè suoi giunti al letto ché l’alta provedenza che lor volle Là giù trovammo una gente dipinta Elli avean cappe con cappucci bassi Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia; Oh in etterno faticoso manto! ma per lo peso quella gente stanca Per ch’io al duca mio: «Fa che tu trovi E un che ’ntese la parola tosca, Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi». Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco «Costui par vivo a l’atto de la gola; Poi disser me: «O Tosco, ch’al collegio E io a loro: «I’ fui nato e cresciuto Ma voi chi siete, a cui tanto distilla E l’un rispuose a me: «Le cappe rance Frati godenti fummo, e bolognesi; come suole esser tolto un uom solingo, Io cominciai: «O frati, i vostri mali . . . »; Quando mi vide, tutto si distorse, mi disse: «Quel confitto che tu miri, Attraversato è, nudo, ne la via, E a tal modo il socero si stenta Allor vid’ io maravigliar Virgilio Poscia drizzò al frate cotal voce: onde noi amendue possiamo uscirci, Rispuose adunque: «Più che tu non speri salvo che ’n questo è rotto e nol coperchia; Lo duca stette un poco a testa china; E ’l frate: «Io udi’ già dire a Bologna Appresso il duca a gran passi sen gì, dietro a le poste de le care piante. In quella parte del giovanetto anno quando la brina in su la terra assempra lo villanello a cui la roba manca, ritorna in casa, e qua e là si lagna, veggendo ’l mondo aver cangiata faccia Così mi fece sbigottir lo mastro ché, come noi venimmo al guasto ponte, Le braccia aperse, dopo alcun consiglio E come quei ch’adopera ed estima, d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia Non era via da vestito di cappa, E se non fosse che da quel precinto Ma perché Malebolge inver’ la porta che l’una costa surge e l’altra scende; La lena m’era del polmon sì munta «Omai convien che tu così ti spoltre», sanza la qual chi sua vita consuma, E però leva sù; vinci l’ambascia Più lunga scala convien che si saglia; Leva’mi allor, mostrandomi fornito Su per lo scoglio prendemmo la via, Parlando andava per non parer fievole; Non so che disse, ancor che sovra ’l dosso Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi da l’altro cinghio e dismontiam lo muro; «Altra risposta», disse, «non ti rendo Noi discendemmo il ponte da la testa e vidivi entro terribile stipa Più non si vanti Libia con sua rena; né tante pestilenzie né sì ree Tra questa cruda e tristissima copia con serpi le man dietro avean legate; Ed ecco a un ch’era da nostra proda, Né O sì tosto mai né I si scrisse, e poi che fu a terra sì distrutto, Così per li gran savi si confessa erba né biado in sua vita non pasce, E qual è quel che cade, e non sa como, quando si leva, che ’ntorno si mira tal era ’l peccator levato poscia. Lo duca il domandò poi chi ello era; Vita bestial mi piacque e non umana, E ïo al duca: «Dilli che non mucci, E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse, poi disse: «Più mi duol che tu m’hai colto Io non posso negar quel che tu chiedi; e falsamente già fu apposto altrui. apri li orecchi al mio annunzio, e odi. Tragge Marte vapor di Val di Magra sovra Campo Picen fia combattuto; E detto l’ho perché doler ti debbia!». Al fine de le sue parole il ladro Da indi in qua mi fuor le serpi amiche, e un’altra a le braccia, e rilegollo, Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi Per tutt’ i cerchi de lo ’nferno scuri El si fuggì che non parlò più verbo; Maremma non cred’ io che tante n’abbia, Sovra le spalle, dietro da la coppa, Lo mio maestro disse: «Questi è Caco, Non va co’ suoi fratei per un cammino, onde cessar le sue opere biece Mentre che sì parlava, ed el trascorse, se non quando gridar: «Chi siete voi?»; Io non li conoscea; ma ei seguette, dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»; Se tu se’ or, lettore, a creder lento Com’ io tenea levate in lor le ciglia, Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia li diretani a le cosce distese, Ellera abbarbicata mai non fue Poi s’appiccar, come di calda cera come procede innanzi da l’ardore, Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno Già eran li due capi un divenuti, Fersi le braccia due di quattro liste; Ogne primaio aspetto ivi era casso: Come ’l ramarro sotto la gran fersa sì pareva, venendo verso l’epe e quella parte onde prima è preso Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse; Elli ’l serpente e quei lui riguardava; Taccia Lucano ormai là dov’ e’ tocca Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio, ché due nature mai a fronte a fronte Insieme si rispuosero a tai norme, Le gambe con le cosce seco stesse Togliea la coda fessa la figura Io vidi intrar le braccia per l’ascelle, Poscia li piè di rietro, insieme attorti, Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela l’un si levò e l’altro cadde giuso, Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie, ciò che non corse in dietro e si ritenne Quel che giacëa, il muso innanzi caccia, e la lingua, ch’avëa unita e presta L’anima ch’era fiera divenuta, Poscia li volse le novelle spalle, Così vid’ io la settima zavorra E avvegna che li occhi miei confusi ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato; l’altr’ era quel che tu, Gaville, piagni. Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande Tra li ladron trovai cinque cotali Ma se presso al mattin del ver si sogna, E se già fosse, non saria per tempo. Noi ci partimmo, e su per le scalee e proseguendo la solinga via, Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio perché non corra che virtù nol guidi; Quante ’l villan ch’al poggio si riposa, come la mosca cede a la zanzara, di tante fiamme tutta risplendea E qual colui che si vengiò con li orsi che nol potea sì con li occhi seguire, tal si move ciascuna per la gola Io stava sovra ’l ponte a veder surto, E ’l duca che mi vide tanto atteso, «Maestro mio», rispuos’ io, «per udirti chi è ’n quel foco che vien sì diviso Rispuose a me: «Là dentro si martira e dentro da la lor fiamma si geme Piangevisi entro l’arte per che, morta, «S’ei posson dentro da quelle faville che non mi facci de l’attender niego Ed elli a me: «La tua preghiera è degna Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto Poi che la fiamma fu venuta quivi «O voi che siete due dentro ad un foco, quando nel mondo li alti versi scrissi, Lo maggior corno de la fiamma antica indi la cima qua e là menando, mi diparti’ da Circe, che sottrasse né dolcezza di figlio, né la pieta vincer potero dentro a me l’ardore ma misi me per l’alto mare aperto L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna, Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi acciò che l’uom più oltre non si metta; “O frati”, dissi “che per cento milia d’i nostri sensi ch’è del rimanente Considerate la vostra semenza: Li miei compagni fec’ io sì aguti, e volta nostra poppa nel mattino, Tutte le stelle già de l’altro polo Cinque volte racceso e tante casso quando n’apparve una montagna, bruna Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto; Tre volte il fé girar con tutte l’acque; infin che ’l mar fu sovra noi richiuso». Già era dritta in sù la fiamma e queta quand’ un’altra, che dietro a lei venìa, Come ’l bue cicilian che mugghiò prima mugghiava con la voce de l’afflitto, così, per non aver via né forame Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio udimmo dire: «O tu a cu’ io drizzo perch’ io sia giunto forse alquanto tardo, Se tu pur mo in questo mondo cieco dimmi se Romagnuoli han pace o guerra; Io era in giuso ancora attento e chino, E io, ch’avea già pronta la risposta, Romagna tua non è, e non fu mai, Ravenna sta come stata è molt’ anni: La terra che fé già la lunga prova E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio, Le città di Lamone e di Santerno E quella cu’ il Savio bagna il fianco, Ora chi se’, ti priego che ne conte; Poscia che ’l foco alquanto ebbe rugghiato «S’i’ credesse che mia risposta fosse ma però che già mai di questo fondo Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero, se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!, Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe Li accorgimenti e le coperte vie Quando mi vidi giunto in quella parte ciò che pria mi piacëa, allor m’increbbe, Lo principe d’i novi Farisei, ché ciascun suo nimico era cristiano, né sommo officio né ordini sacri Ma come Costantin chiese Silvestro a guerir de la sua superba febbre; E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti; Lo ciel poss’ io serrare e diserrare, Allor mi pinser li argomenti gravi di quel peccato ov’ io mo cader deggio, Francesco venne poi, com’ io fu’ morto, Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini ch’assolver non si può chi non si pente, Oh me dolente! come mi riscossi A Minòs mi portò; e quelli attorse disse: “Questi è d’i rei del foco furo”; Quand’ elli ebbe ’l suo dir così compiuto, Noi passamm’ oltre, e io e ’l duca mio, a quei che scommettendo acquistan carco. Chi poria mai pur con parole sciolte Ogne lingua per certo verria meno S’el s’aunasse ancor tutta la gente per li Troiani e per la lunga guerra con quella che sentio di colpi doglie a Ceperan, là dove fu bugiardo e qual forato suo membro e qual mozzo Già veggia, per mezzul perdere o lulla, Tra le gambe pendevan le minugia; Mentre che tutto in lui veder m’attacco, vedi come storpiato è Mäometto! E tutti li altri che tu vedi qui, Un diavolo è qua dietro che n’accisma quand’ avem volta la dolente strada; Ma tu chi se’ che ’n su lo scoglio muse, «Né morte ’l giunse ancor, né colpa ’l mena», a me, che morto son, convien menarlo Più fuor di cento che, quando l’udiro, «Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi, sì di vivanda, che stretta di neve Poi che l’un piè per girsene sospese, Un altro, che forata avea la gola ristato a riguardar per maraviglia e disse: «O tu cui colpa non condanna rimembriti di Pier da Medicina, E fa saper a’ due miglior da Fano, gittati saran fuor di lor vasello Tra l’isola di Cipri e di Maiolica Quel traditor che vede pur con l’uno, farà venirli a parlamento seco; E io a lui: «Dimostrami e dichiara, Allor puose la mano a la mascella Questi, scacciato, il dubitar sommerse Oh quanto mi pareva sbigottito E un ch’avea l’una e l’altra man mozza, gridò: «Ricordera’ti anche del Mosca, E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»; Ma io rimasi a riguardar lo stuolo, se non che coscïenza m’assicura, Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia, e ’l capo tronco tenea per le chiome, Di sé facea a sé stesso lucerna, Quando diritto al piè del ponte fue, che fuoro: «Or vedi la pena molesta, E perché tu di me novella porti, Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli; Perch’ io parti’ così giunte persone, Così s’osserva in me lo contrapasso». La molta gente e le diverse piaghe Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate? Tu non hai fatto sì a l’altre bolge; E già la luna è sotto i nostri piedi; «Se tu avessi», rispuos’ io appresso, Parte sen giva, e io retro li andava, dov’ io tenea or li occhi sì a posta, Allor disse ’l maestro: «Non si franga ch’io vidi lui a piè del ponticello Tu eri allor sì del tutto impedito «O duca mio, la vïolenta morte fece lui disdegnoso; ond’ el sen gio Così parlammo infino al loco primo Quando noi fummo sor l’ultima chiostra lamenti saettaron me diversi, Qual dolor fora, se de li spedali fossero in una fossa tutti ’nsembre, Noi discendemmo in su l’ultima riva giù ver’ lo fondo, la ’ve la ministra Non credo ch’a veder maggior tristizia che li animali, infino al picciol vermo, si ristorar di seme di formiche; Qual sovra ’l ventre e qual sovra le spalle Passo passo andavam sanza sermone, Io vidi due sedere a sé poggiati, e non vidi già mai menare stregghia come ciascun menava spesso il morso e sì traevan giù l’unghie la scabbia, «O tu che con le dita ti dismaglie», dinne s’alcun Latino è tra costoro «Latin siam noi, che tu vedi sì guasti E ’l duca disse: «I’ son un che discendo Allor si ruppe lo comun rincalzo; Lo buon maestro a me tutto s’accolse, «Se la vostra memoria non s’imboli ditemi chi voi siete e di che genti; «Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena», Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco: volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo Ma ne l’ultima bolgia de le diece E io dissi al poeta: «Or fu già mai Onde l’altro lebbroso, che m’intese, e Niccolò che la costuma ricca e tra’ne la brigata in che disperse Ma perché sappi chi sì ti seconda sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio, com’ io fui di natura buona scimia». Nel tempo che Iunone era crucciata Atamante divenne tanto insano, gridò: «Tendiam le reti, sì ch’io pigli prendendo l’un ch’avea nome Learco, E quando la fortuna volse in basso Ecuba trista, misera e cattiva, del mar si fu la dolorosa accorta, Ma né di Tebe furie né troiane quant’ io vidi in due ombre smorte e nude, L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo E l’Aretin che rimase, tremando «Oh», diss’ io lui, «se l’altro non ti ficchi Ed elli a me: «Quell’ è l’anima antica Questa a peccar con esso così venne, per guadagnar la donna de la torma, E poi che i due rabbiosi fuor passati Io vidi un, fatto a guisa di lëuto, La grave idropesì, che sì dispaia faceva lui tener le labbra aperte «O voi che sanz’ alcuna pena siete, a la miseria del maestro Adamo; Li ruscelletti che d’i verdi colli sempre mi stanno innanzi, e non indarno, La rigida giustizia che mi fruga Ivi è Romena, là dov’ io falsai Ma s’io vedessi qui l’anima trista Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate S’io fossi pur di tanto ancor leggero cercando lui tra questa gente sconcia, Io son per lor tra sì fatta famiglia; E io a lui: «Chi son li due tapini «Qui li trovai—e poi volta non dierno—», L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo; E l’un di lor, che si recò a noia Quella sonò come fosse un tamburo; dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto Ond’ ei rispuose: «Quando tu andavi E l’idropico: «Tu di’ ver di questo: «S’io dissi falso, e tu falsasti il conio», «Ricorditi, spergiuro, del cavallo», «E te sia rea la sete onde ti crepa», Allora il monetier: «Così si squarcia tu hai l’arsura e ’l capo che ti duole, Ad ascoltarli er’ io del tutto fisso, Quand’ io ’l senti’ a me parlar con ira, Qual è colui che suo dannaggio sogna, tal mi fec’ io, non possendo parlare, «Maggior difetto men vergogna lava», E fa ragion ch’io ti sia sempre allato, ché voler ciò udire è bassa voglia». Una medesma lingua pria mi morse, così od’ io che solea far la lancia Noi demmo il dosso al misero vallone Quiv’ era men che notte e men che giorno, tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco, Dopo la dolorosa rotta, quando Poco portäi in là volta la testa, Ed elli a me: «Però che tu trascorri Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi, Poi caramente mi prese per mano sappi che non son torri, ma giganti, Come quando la nebbia si dissipa, così forando l’aura grossa e scura, però che, come su la cerchia tonda torreggiavan di mezza la persona E io scorgeva già d’alcun la faccia, Natura certo, quando lasciò l’arte E s’ella d’elefanti e di balene ché dove l’argomento de la mente La faccia sua mi parea lunga e grossa sì che la ripa, ch’era perizoma tre Frison s’averien dato mal vanto; «Raphèl maì amècche zabì almi», E ’l duca mio ver’ lui: «Anima sciocca, Cércati al collo, e troverai la soga Poi disse a me: «Elli stessi s’accusa; Lasciànlo stare e non parliamo a vòto; Facemmo adunque più lungo vïaggio, A cigner lui qual che fosse ’l maestro, d’una catena che ’l tenea avvinto «Questo superbo volle esser esperto Fïalte ha nome, e fece le gran prove E io a lui: «S’esser puote, io vorrei Ond’ ei rispuose: «Tu vedrai Anteo Quel che tu vuo’ veder, più là è molto Non fu tremoto già tanto rubesto, Allor temett’ io più che mai la morte, Noi procedemmo più avante allotta, «O tu che ne la fortunata valle recasti già mille leon per preda, ch’avrebber vinto i figli de la terra: Non ci fare ire a Tizio né a Tifo: Ancor ti può nel mondo render fama, Così disse ’l maestro; e quelli in fretta Virgilio, quando prender si sentio, Qual pare a riguardar la Carisenda tal parve Antëo a me che stava a bada Ma lievemente al fondo che divora e come albero in nave si levò. S’ïo avessi le rime aspre e chiocce, io premerei di mio concetto il suco ché non è impresa da pigliare a gabbo Ma quelle donne aiutino il mio verso Oh sovra tutte mal creata plebe Come noi fummo giù nel pozzo scuro dicere udi’mi: «Guarda come passi: Per ch’io mi volsi, e vidimi davante Non fece al corso suo sì grosso velo com’ era quivi; che se Tambernicchi E come a gracidar si sta la rana livide, insin là dove appar vergogna Ognuna in giù tenea volta la faccia; Quand’ io m’ebbi dintorno alquanto visto, «Ditemi, voi che sì strignete i petti», li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli, Con legno legno spranga mai non cinse E un ch’avea perduti ambo li orecchi Se vuoi saper chi son cotesti due, D’un corpo usciro; e tutta la Caina non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra col capo sì, ch’i’ non veggio oltre più, E perché non mi metti in più sermoni, Poscia vid’ io mille visi cagnazzi E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo se voler fu o destino o fortuna, Piangendo mi sgridò: «Perché mi peste? E io: «Maestro mio, or qui m’aspetta, Lo duca stette, e io dissi a colui «Or tu chi se’ che vai per l’Antenora, «Vivo son io, e caro esser ti puote», Ed elli a me: «Del contrario ho io brama. Allor lo presi per la cuticagna Ond’ elli a me: «Perché tu mi dischiomi, Io avea già i capelli in mano avvolti, quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca? «Omai», diss’ io, «non vo’ che più favelle, «Va via», rispuose, «e ciò che tu vuoi conta; El piange qui l’argento de’ Franceschi: Se fossi domandato “Altri chi v’era?”, Gianni de’ Soldanier credo che sia Noi eravam partiti già da ello, e come ’l pan per fame si manduca, non altrimenti Tidëo si rose «O tu che mostri per sì bestial segno che se tu a ragion di lui ti piangi, se quella con ch’io parlo non si secca». La bocca sollevò dal fiero pasto Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli Ma se le mie parole esser dien seme Io non so chi tu se’ né per che modo Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino, Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri, però quel che non puoi avere inteso, Breve pertugio dentro da la Muda, m’avea mostrato per lo suo forame Questi pareva a me maestro e donno, Con cagne magre, studïose e conte In picciol corso mi parieno stanchi Quando fui desto innanzi la dimane, Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli Già eran desti, e l’ora s’appressava e io senti’ chiavar l’uscio di sotto Io non piangëa, sì dentro impetrai: Perciò non lagrimai né rispuos’ io Come un poco di raggio si fu messo ambo le man per lo dolor mi morsi; e disser: “Padre, assai ci fia men doglia Queta’mi allor per non farli più tristi; Poscia che fummo al quarto dì venuti, Quivi morì; e come tu mi vedi, già cieco, a brancolar sovra ciascuno, Quand’ ebbe detto ciò, con li occhi torti Ahi Pisa, vituperio de le genti muovasi la Capraia e la Gorgona, Che se ’l conte Ugolino aveva voce Innocenti facea l’età novella, Noi passammo oltre, là ’ve la gelata Lo pianto stesso lì pianger non lascia, ché le lagrime prime fanno groppo, E avvegna che, sì come d’un callo, già mi parea sentire alquanto vento; Ond’ elli a me: «Avaccio sarai dove E un de’ tristi de la fredda crosta levatemi dal viso i duri veli, Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna, Rispuose adunque: «I’ son frate Alberigo; «Oh», diss’ io lui, «or se’ tu ancor morto?». Cotal vantaggio ha questa Tolomea, E perché tu più volentier mi rade come fec’ ïo, il corpo suo l’è tolto Ella ruina in sì fatta cisterna; Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso: «Io credo», diss’ io lui, «che tu m’inganni; «Nel fosso sù», diss’ el, «de’ Malebranche, che questi lasciò il diavolo in sua vece Ma distendi oggimai in qua la mano; Ahi Genovesi, uomini diversi Ché col peggiore spirto di Romagna e in corpo par vivo ancor di sopra. «Vexilla regis prodeunt inferni Come quando una grossa nebbia spira, veder mi parve un tal dificio allotta; Già era, e con paura il metto in metro, Altre sono a giacere; altre stanno erte, Quando noi fummo fatti tanto avante, d’innanzi mi si tolse e fé restarmi, Com’ io divenni allor gelato e fioco, Io non mori’ e non rimasi vivo; Lo ’mperador del doloroso regno che i giganti non fan con le sue braccia: S’el fu sì bel com’ elli è ora brutto, Oh quanto parve a me gran maraviglia l’altr’ eran due, che s’aggiugnieno a questa e la destra parea tra bianca e gialla; Sotto ciascuna uscivan due grand’ ali, Non avean penne, ma di vispistrello quindi Cocito tutto s’aggelava. Da ogne bocca dirompea co’ denti A quel dinanzi il mordere era nulla «Quell’ anima là sù c’ha maggior pena», De li altri due c’hanno il capo di sotto, e l’altro è Cassio, che par sì membruto. Com’ a lui piacque, il collo li avvinghiai; appigliò sé a le vellute coste; Quando noi fummo là dove la coscia volse la testa ov’ elli avea le zanche, «Attienti ben, ché per cotali scale», Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso Io levai li occhi e credetti vedere e s’io divenni allora travagliato, «Lèvati sù», disse ’l maestro, «in piede: Non era camminata di palagio «Prima ch’io de l’abisso mi divella, ov’ è la ghiaccia? e questi com’ è fitto Ed elli a me: «Tu imagini ancora Di là fosti cotanto quant’ io scesi; E se’ or sotto l’emisperio giunto fu l’uom che nacque e visse sanza pecca; Qui è da man, quando di là è sera; Da questa parte cadde giù dal cielo; e venne a l’emisperio nostro; e forse Luogo è là giù da Belzebù remoto d’un ruscelletto che quivi discende Lo duca e io per quel cammino ascoso salimmo sù, el primo e io secondo, E quindi uscimmo a riveder le stelle.LA DIVINA COMMEDIA
di Dante AlighieriINFERNO
Canto I
mi ritrovai per una selva oscura,educational magnetic construction sets for 11 year olds
ché la diritta via era smarrita.
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.
tant’ era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone.
con la test’ alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse.
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace.
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.
«Miserere di me», gridai a lui,
«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui.
e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
figliuol d’Anchise che venne di Troia,
poi che ’l superbo Ilïón fu combusto.
perché non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?».
che spandi di parlar sì largo fiume?»,
rispuos’ io lui con vergognosa fronte.
vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
che m’ha fatto cercar lo tuo volume.
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ha fatto onore.
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ’l pasto ha più fame che pria.
e più saranno ancora, infin che ’l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.
fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
là onde ’nvidia prima dipartilla.
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno;
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch’a la seconda morte ciascun grida;
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti.
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire;
perch’ i’ fu’ ribellante a la sua legge,
non vuol che ’n sua città per me si vegna.
quivi è la sua città e l’alto seggio:
oh felice colui cu’ ivi elegge!».
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch’io fugga questo male e peggio,
sì ch’io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti».Canto II
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra.
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate.
guarda la mia virtù s’ell’ è possente,
prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente.
cortese i fu, pensando l’alto effetto
ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale
ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
ne l’empireo ciel per padre eletto:
fu stabilita per lo loco santo
u’ siede il successor del maggior Piero.
intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale ammanto.
per recarne conforto a quella fede
ch’è principio a la via di salvazione.
Io non Enëa, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri ’l crede.
temo che la venuta non sia folle.
Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono».
e per novi pensier cangia proposta,
sì che dal cominciar tutto si tolle,
perché, pensando, consumai la ’mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta.
rispuose del magnanimo quell’ ombra,
«l’anima tua è da viltade offesa;
sì che d’onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand’ ombra.
dirotti perch’ io venni e quel ch’io ’ntesi
nel primo punto che di te mi dolve.
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi.
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella:
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto ’l mondo lontana,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che vòlt’ è per paura;
ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.
e con ciò c’ha mestieri al suo campare,
l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare.
di te mi loderò sovente a lui”.
Tacette allora, e poi comincia’ io:
l’umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c’ha minor li cerchi sui,
che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.
de lo scender qua giuso in questo centro
de l’ampio loco ove tornar tu ardi”.
dirotti brievemente”, mi rispuose,
“perch’ i’ non temo di venir qua entro.
c’hanno potenza di fare altrui male;
de l’altre no, ché non son paurose.
che la vostra miseria non mi tange,
né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale.
di questo ’mpedimento ov’ io ti mando,
sì che duro giudicio là sù frange.
e disse:—Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando—.
si mosse, e venne al loco dov’ i’ era,
che mi sedea con l’antica Rachele.
ché non soccorri quei che t’amò tanto,
ch’uscì per te de la volgare schiera?
non vedi tu la morte che ’l combatte
su la fiumana ove ’l mar non ha vanto?—.
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com’ io, dopo cotai parole fatte,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch’onora te e quei ch’udito l’hanno”.
li occhi lucenti lagrimando volse,
per che mi fece del venir più presto.
d’inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse.
perché tanta viltà nel core allette,
perché ardire e franchezza non hai,
curan di te ne la corte del cielo,
e ’l mio parlar tanto ben ti promette?».
chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch’i’ cominciai come persona franca:
e te cortese ch’ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse!
sì al venir con le parole tue,
ch’i’ son tornato nel primo proposto.
tu duca, tu segnore e tu maestro».
Così li dissi; e poi che mosso fue,Canto III
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ’l primo amore.
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’.
vid’ ïo scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».
«Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta.
che tu vedrai le genti dolorose
c’hanno perduto il ben de l’intelletto».
con lieto volto, ond’ io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai.
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle
sempre in quell’ aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.
dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’ è che par nel duol sì vinta?».
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».
a lor che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve.
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna;
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui.
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.
vidi genti a la riva d’un gran fiume;
per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi
le fa di trapassar parer sì pronte,
com’ i’ discerno per lo fioco lume».
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d’Acheronte».
temendo no ’l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi.
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: «Guai a voi, anime prave!
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.
pàrtiti da cotesti che son morti».
Ma poi che vide ch’io non mi partiva,
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti».
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».
al nocchier de la livida palude,
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che ’nteser le parole crude.
l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
di lor semenza e di lor nascimenti.
forte piangendo, a la riva malvagia
ch’attende ciascun uom che Dio non teme.
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia.
l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie,
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo.
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s’auna.
«quelli che muoion ne l’ira di Dio
tutti convegnon qui d’ogne paese;
ché la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio.
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona».
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna.
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;Canto IV
un greve truono, sì ch’io mi riscossi
come persona ch’è per forza desta;
dritto levato, e fiso riguardai
per conoscer lo loco dov’ io fossi.
de la valle d’abisso dolorosa
che ’ntrono accoglie d’infiniti guai.
tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
io non vi discernea alcuna cosa.
cominciò il poeta tutto smorto.
«Io sarò primo, e tu sarai secondo».
dissi: «Come verrò, se tu paventi
che suoli al mio dubbiare esser conforto?».
che son qua giù, nel viso mi dipigne
quella pietà che tu per tema senti.
Così si mise e così mi fé intrare
nel primo cerchio che l’abisso cigne.
non avea pianto mai che di sospiri
che l’aura etterna facevan tremare;
ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,
d’infanti e di femmine e di viri.
che spiriti son questi che tu vedi?
Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,
non basta, perché non ebber battesmo,
ch’è porta de la fede che tu credi;
non adorar debitamente a Dio:
e di questi cotai son io medesmo.
semo perduti, e sol di tanto offesi
che sanza speme vivemo in disio».
però che gente di molto valore
conobbi che ’n quel limbo eran sospesi.
comincia’ io per voler esser certo
di quella fede che vince ogne errore:
o per altrui, che poi fosse beato?».
E quei che ’ntese il mio parlar coverto,
quando ci vidi venire un possente,
con segno di vittoria coronato.
d’Abèl suo figlio e quella di Noè,
di Moïsè legista e ubidente;
Israèl con lo padre e co’ suoi nati
e con Rachele, per cui tanto fé,
E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,
spiriti umani non eran salvati».
ma passavam la selva tuttavia,
la selva, dico, di spiriti spessi.
di qua dal sonno, quand’ io vidi un foco
ch’emisperio di tenebre vincia.
ma non sì ch’io non discernessi in parte
ch’orrevol gente possedea quel loco.
questi chi son c’hanno cotanta onranza,
che dal modo de li altri li diparte?».
che di lor suona sù ne la tua vita,
grazïa acquista in ciel che sì li avanza».
«Onorate l’altissimo poeta;
l’ombra sua torna, ch’era dipartita».
vidi quattro grand’ ombre a noi venire:
sembianz’ avevan né trista né lieta.
«Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre sì come sire:
l’altro è Orazio satiro che vene;
Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano.
nel nome che sonò la voce sola,
fannomi onore, e di ciò fanno bene».
di quel segnor de l’altissimo canto
che sovra li altri com’ aquila vola.
volsersi a me con salutevol cenno,
e ’l mio maestro sorrise di tanto;
ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.
parlando cose che ’l tacere è bello,
sì com’ era ’l parlar colà dov’ era.
sette volte cerchiato d’alte mura,
difeso intorno d’un bel fiumicello.
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca verdura.
di grande autorità ne’ lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi.
in loco aperto, luminoso e alto,
sì che veder si potien tutti quanti.
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m’essalto.
tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea,
Cesare armato con li occhi grifagni.
da l’altra parte vidi ’l re Latino
che con Lavina sua figlia sedea.
Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;
e solo, in parte, vidi ’l Saladino.
vidi ’l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.
quivi vid’ ïo Socrate e Platone,
che ’nnanzi a li altri più presso li stanno;
Dïogenès, Anassagora e Tale,
Empedoclès, Eraclito e Zenone;
Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulïo e Lino e Seneca morale;
Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
Averoìs, che ’l gran comento feo.
però che sì mi caccia il lungo tema,
che molte volte al fatto il dir vien meno.
per altra via mi mena il savio duca,
fuor de la queta, ne l’aura che trema.Canto V
giù nel secondo, che men loco cinghia
e tanto più dolor, che punge a guaio.
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.
vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
dicono e odono e poi son giù volte.
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio,
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».
E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride?
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’ io venir, traendo guai,
per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?».
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ’l Soldan corregge.
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussurïosa.
tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.
nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri».
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno».
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!».
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido.
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?».
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’ io morisse.Canto VI
dinanzi a la pietà d’i due cognati,
che di trestizia tutto mi confuse,
mi veggio intorno, come ch’io mi mova
e ch’io mi volga, e come che io guati.
etterna, maladetta, fredda e greve;
regola e qualità mai non l’è nova.
per l’aere tenebroso si riversa;
pute la terra che questo riceve.
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa.
e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.
de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
volgonsi spesso i miseri profani.
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non avea membro che tenesse fermo.
prese la terra, e con piene le pugna
la gittò dentro a le bramose canne.
e si racqueta poi che ’l pasto morde,
ché solo a divorarlo intende e pugna,
de lo demonio Cerbero, che ’ntrona
l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona.
fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
ch’ella ci vide passarsi davante.
mi disse, «riconoscimi, se sai:
tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto».
forse ti tira fuor de la mia mente,
sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.
loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente».
d’invidia sì che già trabocca il sacco,
seco mi tenne in la vita serena.
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
ché tutte queste a simil pena stanno
per simil colpa». E più non fé parola.
mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;
ma dimmi, se tu sai, a che verranno
s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
per che l’ha tanta discordia assalita».
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l’altra con molta offensione.
infra tre soli, e che l’altra sormonti
con la forza di tal che testé piaggia.
tenendo l’altra sotto gravi pesi,
come che di ciò pianga o che n’aonti.
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c’hanno i cuori accesi».
E io a lui: «Ancor vo’ che mi ’nsegni
e che di più parlar mi facci dono.
Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca
e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni,
ché gran disio mi stringe di savere
se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca».
diverse colpe giù li grava al fondo:
se tanto scendi, là i potrai vedere.
priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
più non ti dico e più non ti rispondo».
guardommi un poco e poi chinò la testa:
cadde con essa a par de li altri ciechi.
di qua dal suon de l’angelica tromba,
quando verrà la nimica podesta:
ripiglierà sua carne e sua figura,
udirà quel ch’in etterno rimbomba».
de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,
toccando un poco la vita futura;
crescerann’ ei dopo la gran sentenza,
o fier minori, o saran sì cocenti?».
che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
più senta il bene, e così la doglienza.
in vera perfezion già mai non vada,
di là più che di qua essere aspetta».
parlando più assai ch’i’ non ridico;
venimmo al punto dove si digrada:Canto VII
cominciò Pluto con la voce chioccia;
e quel savio gentil, che tutto seppe,
la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,
non ci torrà lo scender questa roccia».
e disse: «Taci, maladetto lupo!
consuma dentro te con la tua rabbia.
vuolsi ne l’alto, là dove Michele
fé la vendetta del superbo strupo».
caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,
tal cadde a terra la fiera crudele.
pigliando più de la dolente ripa
che ’l mal de l’universo tutto insacca.
nove travaglie e pene quant’ io viddi?
e perché nostra colpa sì ne scipa?
che si frange con quella in cui s’intoppa,
così convien che qui la gente riddi.
e d’una parte e d’altra, con grand’ urli,
voltando pesi per forza di poppa.
si rivolgea ciascun, voltando a retro,
gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».
da ogne mano a l’opposito punto,
gridandosi anche loro ontoso metro;
per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.
E io, ch’avea lo cor quasi compunto,
che gente è questa, e se tutti fuor cherci
questi chercuti a la sinistra nostra».
sì de la mente in la vita primaia,
che con misura nullo spendio ferci.
quando vegnono a’ due punti del cerchio
dove colpa contraria li dispaia.
piloso al capo, e papi e cardinali,
in cui usa avarizia il suo soperchio».
dovre’ io ben riconoscere alcuni
che furo immondi di cotesti mali».
la sconoscente vita che i fé sozzi,
ad ogne conoscenza or li fa bruni.
questi resurgeranno del sepulcro
col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.
ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
qual ella sia, parole non ci appulcro.
d’i ben che son commessi a la fortuna,
per che l’umana gente si rabbuffa;
e che già fu, di quest’ anime stanche
non poterebbe farne posare una».
questa fortuna di che tu mi tocche,
che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».
quanta ignoranza è quella che v’offende!
Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche.
fece li cieli e diè lor chi conduce
sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende,
Similemente a li splendor mondani
ordinò general ministra e duce
di gente in gente e d’uno in altro sangue,
oltre la difension d’i senni umani;
seguendo lo giudicio di costei,
che è occulto come in erba l’angue.
questa provede, giudica, e persegue
suo regno come il loro li altri dèi.
necessità la fa esser veloce;
sì spesso vien chi vicenda consegue.
pur da color che le dovrien dar lode,
dandole biasmo a torto e mala voce;
con l’altre prime creature lieta
volve sua spera e beata si gode.
già ogne stella cade che saliva
quand’ io mi mossi, e ’l troppo star si vieta».
sovr’ una fonte che bolle e riversa
per un fossato che da lei deriva.
e noi, in compagnia de l’onde bige,
intrammo giù per una via diversa.
questo tristo ruscel, quand’ è disceso
al piè de le maligne piagge grige.
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte, con sembiante offeso.
ma con la testa e col petto e coi piedi,
troncandosi co’ denti a brano a brano.
l’anime di color cui vinse l’ira;
e anche vo’ che tu per certo credi
e fanno pullular quest’ acqua al summo,
come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.
ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
portando dentro accidïoso fummo:
Quest’ inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con parola integra».
grand’ arco tra la ripa secca e ’l mézzo,
con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.Canto VIII
che noi fossimo al piè de l’alta torre,
li occhi nostri n’andar suso a la cima
e un’altra da lungi render cenno,
tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.
dissi: «Questo che dice? e che risponde
quell’ altro foco? e chi son quei che ’l fenno?».
già scorgere puoi quello che s’aspetta,
se ’l fummo del pantan nol ti nasconde».
che sì corresse via per l’aere snella,
com’ io vidi una nave piccioletta
sotto ’l governo d’un sol galeoto,
che gridava: «Or se’ giunta, anima fella!».
disse lo mio segnore, «a questa volta:
più non ci avrai che sol passando il loto».
che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.
e poi mi fece intrare appresso lui;
e sol quand’ io fui dentro parve carca.
segando se ne va l’antica prora
de l’acqua più che non suol con altrui.
dinanzi mi si fece un pien di fango,
e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?».
ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?».
Rispuose: «Vedi che son un che piango».
spirito maladetto, ti rimani;
ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto».
per che ’l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: «Via costà con li altri cani!».
basciommi ’l volto e disse: «Alma sdegnosa,
benedetta colei che ’n te s’incinse!
bontà non è che sua memoria fregi:
così s’è l’ombra sua qui furïosa.
che qui staranno come porci in brago,
di sé lasciando orribili dispregi!».
di vederlo attuffare in questa broda
prima che noi uscissimo del lago».
ti si lasci veder, tu sarai sazio:
di tal disïo convien che tu goda».
far di costui a le fangose genti,
che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.
e ’l fiorentino spirito bizzarro
in sé medesmo si volvea co’ denti.
ma ne l’orecchie mi percosse un duolo,
per ch’io avante l’occhio intento sbarro.
s’appressa la città c’ha nome Dite,
coi gravi cittadin, col grande stuolo».
là entro certe ne la valle cerno,
vermiglie come se di foco uscite
ch’entro l’affoca le dimostra rosse,
come tu vedi in questo basso inferno».
che vallan quella terra sconsolata:
le mura mi parean che ferro fosse.
venimmo in parte dove il nocchier forte
«Usciteci», gridò: «qui è l’intrata».
da ciel piovuti, che stizzosamente
dicean: «Chi è costui che sanza morte
E ’l savio mio maestro fece segno
di voler lor parlar segretamente.
e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada
che sì ardito intrò per questo regno.
pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,
che li ha’ iscorta sì buia contrada».
nel suon de le parole maladette,
ché non credetti ritornarci mai.
volte m’hai sicurtà renduta e tratto
d’alto periglio che ’ncontra mi stette,
e se ’l passar più oltre ci è negato,
ritroviam l’orme nostre insieme ratto».
mi disse: «Non temer; ché ’l nostro passo
non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.
conforta e ciba di speranza buona,
ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso».
lo dolce padre, e io rimagno in forse,
che sì e no nel capo mi tenciona.
ma ei non stette là con essi guari,
che ciascun dentro a pruova si ricorse.
nel petto al mio segnor, che fuor rimase
e rivolsesi a me con passi rari.
d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:
«Chi m’ha negate le dolenti case!».
non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
qual ch’a la difension dentro s’aggiri.
ché già l’usaro a men segreta porta,
la qual sanza serrame ancor si trova.
e già di qua da lei discende l’erta,
passando per li cerchi sanza scorta,Canto IX
veggendo il duca mio tornare in volta,
più tosto dentro il suo novo ristrinse.
ché l’occhio nol potea menare a lunga
per l’aere nero e per la nebbia folta.
cominciò el, «se non . . . Tal ne s’offerse.
Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!».
lo cominciar con l’altro che poi venne,
che fur parole a le prime diverse;
perch’ io traeva la parola tronca
forse a peggior sentenzia che non tenne.
discende mai alcun del primo grado,
che sol per pena ha la speranza cionca?».
incontra», mi rispuose, «che di noi
faccia il cammino alcun per qual io vado.
congiurato da quella Eritón cruda
che richiamava l’ombre a’ corpi sui.
ch’ella mi fece intrar dentr’ a quel muro,
per trarne un spirto del cerchio di Giuda.
e ’l più lontan dal ciel che tutto gira:
ben so ’l cammin; però ti fa sicuro.
cigne dintorno la città dolente,
u’ non potemo intrare omai sanz’ ira».
però che l’occhio m’avea tutto tratto
ver’ l’alta torre a la cima rovente,
tre furïe infernal di sangue tinte,
che membra feminine avieno e atto,
serpentelli e ceraste avien per crine,
onde le fiere tempie erano avvinte.
de la regina de l’etterno pianto,
«Guarda», mi disse, «le feroci Erine.
quella che piange dal destro è Aletto;
Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto.
battiensi a palme e gridavan sì alto,
ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.
dicevan tutte riguardando in giuso;
«mal non vengiammo in Tesëo l’assalto».
ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi,
nulla sarebbe di tornar mai suso».
mi volse, e non si tenne a le mie mani,
che con le sue ancor non mi chiudessi.
mirate la dottrina che s’asconde
sotto ’l velame de li versi strani.
un fracasso d’un suon, pien di spavento,
per cui tremavano amendue le sponde,
impetüoso per li avversi ardori,
che fier la selva e sanz’ alcun rattento
dinanzi polveroso va superbo,
e fa fuggir le fiere e li pastori.
del viso su per quella schiuma antica
per indi ove quel fummo è più acerbo».
biscia per l’acqua si dileguan tutte,
fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,
fuggir così dinanzi ad un ch’al passo
passava Stige con le piante asciutte.
menando la sinistra innanzi spesso;
e sol di quell’ angoscia parea lasso.
e volsimi al maestro; e quei fé segno
ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.
Venne a la porta e con una verghetta
l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.
cominciò elli in su l’orribil soglia,
«ond’ esta oltracotanza in voi s’alletta?
a cui non puote il fin mai esser mozzo,
e che più volte v’ha cresciuta doglia?
Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo».
e non fé motto a noi, ma fé sembiante
d’omo cui altra cura stringa e morda
e noi movemmo i piedi inver’ la terra,
sicuri appresso le parole sante.
e io, ch’avea di riguardar disio
la condizion che tal fortezza serra,
e veggio ad ogne man grande campagna,
piena di duolo e di tormento rio.
sì com’ a Pola, presso del Carnaro
ch’Italia chiude e suoi termini bagna,
così facevan quivi d’ogne parte,
salvo che ’l modo v’era più amaro;
per le quali eran sì del tutto accesi,
che ferro più non chiede verun’ arte.
e fuor n’uscivan sì duri lamenti,
che ben parean di miseri e d’offesi.
che, seppellite dentro da quell’ arche,
si fan sentir coi sospiri dolenti?».
con lor seguaci, d’ogne setta, e molto
più che non credi son le tombe carche.
e i monimenti son più e men caldi».
E poi ch’a la man destra si fu vòlto,Canto X
tra ’l muro de la terra e li martìri,
lo mio maestro, e io dopo le spalle.
mi volvi», cominciai, «com’ a te piace,
parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.
potrebbesi veder? già son levati
tutt’ i coperchi, e nessun guardia face».
quando di Iosafàt qui torneranno
coi corpi che là sù hanno lasciati.
con Epicuro tutti suoi seguaci,
che l’anima col corpo morta fanno.
quinc’ entro satisfatto sarà tosto,
e al disio ancor che tu mi taci».
a te mio cuor se non per dicer poco,
e tu m’hai non pur mo a ciò disposto».
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.
di quella nobil patrïa natio,
a la qual forse fui troppo molesto».
d’una de l’arche; però m’accostai,
temendo, un poco più al duca mio.
Vedi là Farinata che s’è dritto:
da la cintola in sù tutto ’l vedrai».
ed el s’ergea col petto e con la fronte
com’ avesse l’inferno a gran dispitto.
mi pinser tra le sepulture a lui,
dicendo: «Le parole tue sien conte».
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».
non gliel celai, ma tutto gliel’ apersi;
ond’ ei levò le ciglia un poco in suso;
a me e a miei primi e a mia parte,
sì che per due fïate li dispersi».
rispuos’ io lui, «l’una e l’altra fïata;
ma i vostri non appreser ben quell’ arte».
un’ombra, lungo questa, infino al mento:
credo che s’era in ginocchie levata.
avesse di veder s’altri era meco;
e poi che ’l sospecciar fu tutto spento,
carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’ è? e perché non è teco?».
colui ch’attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».
m’avean di costui già letto il nome;
però fu la risposta così piena.
dicesti “elli ebbe”? non viv’ elli ancora?
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».
ch’io facëa dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve fora.
restato m’era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua costa;
«S’elli han quell’ arte», disse, «male appresa,
ciò mi tormenta più che questo letto.
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell’ arte pesa.
dimmi: perché quel popolo è sì empio
incontr’ a’ miei in ciascuna sua legge?».
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio».
«A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo
sanza cagion con li altri sarei mosso.
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto».
prega’ io lui, «solvetemi quel nodo
che qui ha ’nviluppata mia sentenza.
dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,
e nel presente tenete altro modo».
le cose», disse, «che ne son lontano;
cotanto ancor ne splende il sommo duce.
nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,
nulla sapem di vostro stato umano.
fia nostra conoscenza da quel punto
che del futuro fia chiusa la porta».
dissi: «Or direte dunque a quel caduto
che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;
fate i saper che ’l fei perché pensava
già ne l’error che m’avete soluto».
per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio
che mi dicesse chi con lu’ istava.
qua dentro è ’l secondo Federico
e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio».
poeta volsi i passi, ripensando
a quel parlar che mi parea nemico.
mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?».
E io li sodisfeci al suo dimando.
hai contra te», mi comandò quel saggio;
«e ora attendi qui», e drizzò ’l dito:
di quella il cui bell’ occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita il vïaggio».
lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo
per un sentier ch’a una valle fiede,Canto XI
che facevan gran pietre rotte in cerchio,
venimmo sopra più crudele stipa;
del puzzo che ’l profondo abisso gitta,
ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio
che dicea: ‘Anastasio papa guardo,
lo qual trasse Fotin de la via dritta’.
sì che s’ausi un poco in prima il senso
al tristo fiato; e poi no i fia riguardo».
dissi lui, «trova che ’l tempo non passi
perduto». Ed elli: «Vedi ch’a ciò penso».
cominciò poi a dir, «son tre cerchietti
di grado in grado, come que’ che lassi.
ma perché poi ti basti pur la vista,
intendi come e perché son costretti.
ingiuria è ’l fine, ed ogne fin cotale
o con forza o con frode altrui contrista.
più spiace a Dio; e però stan di sotto
li frodolenti, e più dolor li assale.
ma perché si fa forza a tre persone,
in tre gironi è distinto e costrutto.
far forza, dico in loro e in lor cose,
come udirai con aperta ragione.
nel prossimo si danno, e nel suo avere
ruine, incendi e tollette dannose;
guastatori e predon, tutti tormenta
lo giron primo per diverse schiere.
e ne’ suoi beni; e però nel secondo
giron convien che sanza pro si penta
biscazza e fonde la sua facultade,
e piange là dov’ esser de’ giocondo.
col cor negando e bestemmiando quella,
e spregiando natura e sua bontade;
del segno suo e Soddoma e Caorsa
e chi, spregiando Dio col cor, favella.
può l’omo usare in colui che ’n lui fida
e in quel che fidanza non imborsa.
pur lo vinco d’amor che fa natura;
onde nel cerchio secondo s’annida
falsità, ladroneccio e simonia,
ruffian, baratti e simile lordura.
che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,
di che la fede spezïal si cria;
de l’universo in su che Dite siede,
qualunque trade in etterno è consunto».
la tua ragione, e assai ben distingue
questo baràtro e ’l popol ch’e’ possiede.
che mena il vento, e che batte la pioggia,
e che s’incontran con sì aspre lingue,
sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
e se non li ha, perché sono a tal foggia?».
disse, «lo ’ngegno tuo da quel che sòle?
o ver la mente dove altrove mira?
con le quai la tua Etica pertratta
le tre disposizion che ’l ciel non vole,
bestialitade? e come incontenenza
men Dio offende e men biasimo accatta?
e rechiti a la mente chi son quelli
che sù di fuor sostegnon penitenza,
sien dipartiti, e perché men crucciata
la divina vendetta li martelli».
tu mi contenti sì quando tu solvi,
che, non men che saver, dubbiar m’aggrata.
diss’ io, «là dove di’ ch’usura offende
la divina bontade, e ’l groppo solvi».
nota, non pure in una sola parte,
come natura lo suo corso prende
e se tu ben la tua Fisica note,
tu troverai, non dopo molte carte,
segue, come ’l maestro fa ’l discente;
sì che vostr’ arte a Dio quasi è nepote.
lo Genesì dal principio, convene
prender sua vita e avanzar la gente;
per sé natura e per la sua seguace
dispregia, poi ch’in altro pon la spene.
ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta,
e ’l Carro tutto sovra ’l Coro giace,Canto XII
venimmo, alpestro e, per quel che v’er’ anco,
tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva.
di qua da Trento l’Adice percosse,
o per tremoto o per sostegno manco,
al piano è sì la roccia discoscesa,
ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse:
e ’n su la punta de la rotta lacca
l’infamïa di Creti era distesa
e quando vide noi, sé stesso morse,
sì come quei cui l’ira dentro fiacca.
tu credi che qui sia ’l duca d’Atene,
che sù nel mondo la morte ti porse?
ammaestrato da la tua sorella,
ma vassi per veder le vostre pene».
c’ha ricevuto già ’l colpo mortale,
che gir non sa, ma qua e là saltella,
e quello accorto gridò: «Corri al varco;
mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale».
di quelle pietre, che spesso moviensi
sotto i miei piedi per lo novo carco.
forse a questa ruina, ch’è guardata
da quell’ ira bestial ch’i’ ora spensi.
ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,
questa roccia non era ancor cascata.
che venisse colui che la gran preda
levò a Dite del cerchio superno,
tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo
sentisse amor, per lo qual è chi creda
e in quel punto questa vecchia roccia,
qui e altrove, tal fece riverso.
la riviera del sangue in la qual bolle
qual che per vïolenza in altrui noccia».
che sì ci sproni ne la vita corta,
e ne l’etterna poi sì mal c’immolle!
come quella che tutto ’l piano abbraccia,
secondo ch’avea detto la mia scorta;
corrien centauri, armati di saette,
come solien nel mondo andare a caccia.
e de la schiera tre si dipartiro
con archi e asticciuole prima elette;
venite voi che scendete la costa?
Ditel costinci; se non, l’arco tiro».
farem noi a Chirón costà di presso:
mal fu la voglia tua sempre sì tosta».
che morì per la bella Deianira,
e fé di sé la vendetta elli stesso.
è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;
quell’ altro è Folo, che fu sì pien d’ira.
saettando qual anima si svelle
del sangue più che sua colpa sortille».
Chirón prese uno strale, e con la cocca
fece la barba in dietro a le mascelle.
disse a’ compagni: «Siete voi accorti
che quel di retro move ciò ch’el tocca?
E ’l mio buon duca, che già li er’ al petto,
dove le due nature son consorti,
mostrar li mi convien la valle buia;
necessità ’l ci ’nduce, e non diletto.
che mi commise quest’ officio novo:
non è ladron, né io anima fuia.
li passi miei per sì selvaggia strada,
danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo,
e che porti costui in su la groppa,
ché non è spirto che per l’aere vada».
e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,
e fa cansar s’altra schiera v’intoppa».
lungo la proda del bollor vermiglio,
dove i bolliti facieno alte strida.
e ’l gran centauro disse: «E’ son tiranni
che dier nel sangue e ne l’aver di piglio.
quivi è Alessandro, e Dïonisio fero
che fé Cicilia aver dolorosi anni.
è Azzolino; e quell’ altro ch’è biondo,
è Opizzo da Esti, il qual per vero
Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
«Questi ti sia or primo, e io secondo».
sovr’ una gente che ’nfino a la gola
parea che di quel bulicame uscisse.
dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio
lo cor che ’n su Tamisi ancor si cola».
tenean la testa e ancor tutto ’l casso;
e di costoro assai riconobb’ io.
quel sangue, sì che cocea pur li piedi;
e quindi fu del fosso il nostro passo.
lo bulicame che sempre si scema»,
disse ’l centauro, «voglio che tu credi
lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge
ove la tirannia convien che gema.
quell’ Attila che fu flagello in terra,
e Pirro e Sesto; e in etterno munge
a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
che fecero a le strade tanta guerra».Canto XIII
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da neun sentiero era segnato.
non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;
non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.
quelle fiere selvagge che ’n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno.
piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani.
sappi che se’ nel secondo girone»,
mi cominciò a dire, «e sarai mentre
Però riguarda ben; sì vederai
cose che torrien fede al mio sermone».
e non vedea persona che ’l facesse;
per ch’io tutto smarrito m’arrestai.
che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
da gente che per noi si nascondesse.
qualche fraschetta d’una d’este piante,
li pensier c’hai si faran tutti monchi».
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».
ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?
ben dovrebb’ esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi».
da l’un de’ capi, che da l’altro geme
e cigola per vento che va via,
parole e sangue; ond’ io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme.
rispuose ’l savio mio, «anima lesa,
ciò c’ha veduto pur con la mia rima,
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.
d’alcun’ ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo sù, dove tornar li lece».
ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi
perch’ ïo un poco a ragionar m’inveschi.
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì soavi,
fede portai al glorïoso offizio,
tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi.
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio,
e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d’onor sì degno.
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che ’nvidia le diede».
disse ’l poeta a me, «non perder l’ora;
ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».
di quel che credi ch’a me satisfaccia;
ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora».
liberamente ciò che ’l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor ti piaccia
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s’alcuna mai di tai membra si spiega».
si convertì quel vento in cotal voce:
«Brievemente sarà risposto a voi.
dal corpo ond’ ella stessa s’è disvelta,
Minòs la manda a la settima foce.
ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta.
l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al dolor fenestra.
ma non però ch’alcuna sen rivesta,
ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l’ombra sua molesta».
credendo ch’altro ne volesse dire,
quando noi fummo d’un romor sorpresi,
sente ’l porco e la caccia a la sua posta,
ch’ode le bestie, e le frasche stormire.
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogne rosta.
E l’altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: «Lano, sì non furo accorte
E poi che forse li fallia la lena,
di sé e d’un cespuglio fece un groppo.
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch’uscisser di catena.
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti.
e menommi al cespuglio che piangea
per le rotture sanguinenti in vano.
che t’è giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita rea?».
disse: «Chi fosti, che per tante punte
soffi con sangue doloroso sermo?».
siete a veder lo strazio disonesto
c’ha le mie fronde sì da me disgiunte,
I’ fui de la città che nel Batista
mutò ’l primo padrone; ond’ ei per questo
e se non fosse che ’n sul passo d’Arno
rimane ancor di lui alcuna vista,
sovra ’l cener che d’Attila rimase,
avrebber fatto lavorare indarno.Canto XIV
mi strinse, raunai le fronde sparte
e rende’le a colui, ch’era già fioco.
lo secondo giron dal terzo, e dove
si vede di giustizia orribil arte.
dico che arrivammo ad una landa
che dal suo letto ogne pianta rimove.
intorno, come ’l fosso tristo ad essa;
quivi fermammo i passi a randa a randa.
non d’altra foggia fatta che colei
che fu da’ piè di Caton già soppressa.
esser temuta da ciascun che legge
ciò che fu manifesto a li occhi mei!
che piangean tutte assai miseramente,
e parea posta lor diversa legge.
alcuna si sedea tutta raccolta,
e altra andava continüamente.
e quella men che giacëa al tormento,
ma più al duolo avea la lingua sciolta.
piovean di foco dilatate falde,
come di neve in alpe sanza vento.
d’Indïa vide sopra ’l süo stuolo
fiamme cadere infino a terra salde,
con le sue schiere, acciò che lo vapore
mei si stingueva mentre ch’era solo:
onde la rena s’accendea, com’ esca
sotto focile, a doppiar lo dolore.
de le misere mani, or quindi or quinci
escotendo da sé l’arsura fresca.
tutte le cose, fuor che ’ demon duri
ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci,
lo ’ncendio e giace dispettoso e torto,
sì che la pioggia non par che ’l marturi?».
ch’io domandava il mio duca di lui,
gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto.
crucciato prese la folgore aguta
onde l’ultimo dì percosso fui;
in Mongibello a la focina negra,
chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”,
e me saetti con tutta sua forza:
non ne potrebbe aver vendetta allegra».
tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito:
«O Capaneo, in ciò che non s’ammorza
nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
sarebbe al tuo furor dolor compito».
dicendo: «Quei fu l’un d’i sette regi
ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia
ma, com’ io dissi lui, li suoi dispetti
sono al suo petto assai debiti fregi.
ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
ma sempre al bosco tien li piedi stretti».
fuor de la selva un picciol fiumicello,
lo cui rossore ancor mi raccapriccia.
che parton poi tra lor le peccatrici,
tal per la rena giù sen giva quello.
fatt’ era ’n pietra, e ’ margini dallato;
per ch’io m’accorsi che ’l passo era lici.
poscia che noi intrammo per la porta
lo cui sogliare a nessuno è negato,
notabile com’ è ’l presente rio,
che sovra sé tutte fiammelle ammorta».
per ch’io ’l pregai che mi largisse ’l pasto
di cui largito m’avëa il disio.
diss’ elli allora, «che s’appella Creta,
sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto.
d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida;
or è diserta come cosa vieta.
del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
quando piangea, vi facea far le grida.
che tien volte le spalle inver’ Dammiata
e Roma guarda come süo speglio.
e puro argento son le braccia e ’l petto,
poi è di rame infino a la forcata;
salvo che ’l destro piede è terra cotta;
e sta ’n su quel, più che ’n su l’altro, eretto.
d’una fessura che lagrime goccia,
le quali, accolte, fóran quella grotta.
fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
poi sen van giù per questa stretta doccia,
fanno Cocito; e qual sia quello stagno
tu lo vedrai, però qui non si conta».
si diriva così dal nostro mondo,
perché ci appar pur a questo vivagno?».
e tutto che tu sie venuto molto,
pur a sinistra, giù calando al fondo,
per che, se cosa n’apparisce nova,
non de’ addur maraviglia al tuo volto».
Flegetonta e Letè? ché de l’un taci,
e l’altro di’ che si fa d’esta piova».
rispuose, «ma ’l bollor de l’acqua rossa
dovea ben solver l’una che tu faci.
là dove vanno l’anime a lavarsi
quando la colpa pentuta è rimossa».
dal bosco; fa che di retro a me vegne:
li margini fan via, che non son arsi,Canto XV
e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia,
sì che dal foco salva l’acqua e li argini.
temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa,
fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia;
per difender lor ville e lor castelli,
anzi che Carentana il caldo senta:
tutto che né sì alti né sì grossi,
qual che si fosse, lo maestro félli.
tanto, ch’i’ non avrei visto dov’ era,
perch’ io in dietro rivolto mi fossi,
che venian lungo l’argine, e ciascuna
ci riguardava come suol da sera
e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia
come ’l vecchio sartor fa ne la cruna.
fui conosciuto da un, che mi prese
per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!».
ficcaï li occhi per lo cotto aspetto,
sì che ’l viso abbrusciato non difese
e chinando la mano a la sua faccia,
rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?».
se Brunetto Latino un poco teco
ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia».
e se volete che con voi m’asseggia,
faròl, se piace a costui che vo seco».
s’arresta punto, giace poi cent’ anni
sanz’ arrostarsi quando ’l foco il feggia.
e poi rigiugnerò la mia masnada,
che va piangendo i suoi etterni danni».
per andar par di lui; ma ’l capo chino
tenea com’ uom che reverente vada.
anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?
e chi è questi che mostra ’l cammino?».
rispuos’ io lui, «mi smarri’ in una valle,
avanti che l’età mia fosse piena.
questi m’apparve, tornand’ ïo in quella,
e reducemi a ca per questo calle».
non puoi fallire a glorïoso porto,
se ben m’accorsi ne la vita bella;
veggendo il cielo a te così benigno,
dato t’avrei a l’opera conforto.
che discese di Fiesole ab antico,
e tiene ancor del monte e del macigno,
ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al dolce fico.
gent’ è avara, invidiosa e superba:
dai lor costumi fa che tu ti forbi.
che l’una parte e l’altra avranno fame
di te; ma lungi fia dal becco l’erba.
di lor medesme, e non tocchin la pianta,
s’alcuna surge ancora in lor letame,
di que’ Roman che vi rimaser quando
fu fatto il nido di malizia tanta».
rispuos’ io lui, «voi non sareste ancora
de l’umana natura posto in bando;
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora
e quant’ io l’abbia in grado, mentr’ io vivo
convien che ne la mia lingua si scerna.
e serbolo a chiosar con altro testo
a donna che saprà, s’a lei arrivo.
pur che mia coscïenza non mi garra,
ch’a la Fortuna, come vuol, son presto.
però giri Fortuna la sua rota
come le piace, e ’l villan la sua marra».
destra si volse in dietro e riguardommi;
poi disse: «Bene ascolta chi la nota».
con ser Brunetto, e dimando chi sono
li suoi compagni più noti e più sommi.
de li altri fia laudabile tacerci,
ché ’l tempo saria corto a tanto suono.
e litterati grandi e di gran fama,
d’un peccato medesmo al mondo lerci.
e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,
s’avessi avuto di tal tigna brama,
fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,
dove lasciò li mal protesi nervi.
più lungo esser non può, però ch’i’ veggio
là surger nuovo fummo del sabbione.
Sieti raccomandato il mio Tesoro,
nel qual io vivo ancora, e più non cheggio».
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoroCanto XVI
de l’acqua che cadea ne l’altro giro,
simile a quel che l’arnie fanno rombo,
correndo, d’una torma che passava
sotto la pioggia de l’aspro martiro.
«Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri
esser alcun di nostra terra prava».
ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri.
volse ’l viso ver’ me, e «Or aspetta»,
disse, «a costor si vuole esser cortese.
la natura del loco, i’ dicerei
che meglio stesse a te che a lor la fretta».
l’antico verso; e quando a noi fuor giunti,
fenno una rota di sé tutti e trei.
avvisando lor presa e lor vantaggio,
prima che sien tra lor battuti e punti,
drizzava a me, sì che ’n contraro il collo
faceva ai piè continüo vïaggio.
rende in dispetto noi e nostri prieghi»,
cominciò l’uno, «e ’l tinto aspetto e brollo,
a dirne chi tu se’, che i vivi piedi
così sicuro per lo ’nferno freghi.
tutto che nudo e dipelato vada,
fu di grado maggior che tu non credi:
Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
fece col senno assai e con la spada.
è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
nel mondo sù dovria esser gradita.
Iacopo Rusticucci fui, e certo
la fiera moglie più ch’altro mi nuoce».
gittato mi sarei tra lor di sotto,
e credo che ’l dottor l’avria sofferto;
vinse paura la mia buona voglia
che di loro abbracciar mi facea ghiotto.
la vostra condizion dentro mi fisse,
tanta che tardi tutta si dispoglia,
parole per le quali i’ mi pensai
che qual voi siete, tal gente venisse.
l’ovra di voi e li onorati nomi
con affezion ritrassi e ascoltai.
promessi a me per lo verace duca;
ma ’nfino al centro pria convien ch’i’ tomi».
le membra tue», rispuose quelli ancora,
«e se la fama tua dopo te luca,
ne la nostra città sì come suole,
o se del tutto se n’è gita fora;
con noi per poco e va là coi compagni,
assai ne cruccia con le sue parole».
orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni».
e i tre, che ciò inteser per risposta,
guardar l’un l’altro com’ al ver si guata.
rispuoser tutti, «il satisfare altrui,
felice te se sì parli a tua posta!
e torni a riveder le belle stelle,
quando ti gioverà dicere “I’ fui”,
Indi rupper la rota, e a fuggirsi
ali sembiar le gambe loro isnelle.
tosto così com’ e’ fuoro spariti;
per ch’al maestro parve di partirsi.
che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino,
che per parlar saremmo a pena uditi.
prima dal Monte Viso ’nver’ levante,
da la sinistra costa d’Apennino,
che si divalli giù nel basso letto,
e a Forlì di quel nome è vacante,
de l’Alpe per cadere ad una scesa
ove dovea per mille esser recetto;
trovammo risonar quell’ acqua tinta,
sì che ’n poc’ ora avria l’orecchia offesa.
e con essa pensai alcuna volta
prender la lonza a la pelle dipinta.
sì come ’l duca m’avea comandato,
porsila a lui aggroppata e ravvolta.
e alquanto di lunge da la sponda
la gittò giuso in quell’ alto burrato.
dicea fra me medesmo, ‘al novo cenno
che ’l maestro con l’occhio sì seconda’.
presso a color che non veggion pur l’ovra,
ma per entro i pensier miran col senno!
ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna;
tosto convien ch’al tuo viso si scovra».
de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,
però che sanza colpa fa vergogna;
di questa comedìa, lettor, ti giuro,
s’elle non sien di lunga grazia vòte,
venir notando una figura in suso,
maravigliosa ad ogne cor sicuro,
talora a solver l’àncora ch’aggrappa
o scoglio o altro che nel mare è chiuso,Canto XVII
che passa i monti e rompe i muri e l’armi!
Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza!».
e accennolle che venisse a proda,
vicino al fin d’i passeggiati marmi.
sen venne, e arrivò la testa e ’l busto,
ma ’n su la riva non trasse la coda.
tanto benigna avea di fuor la pelle,
e d’un serpente tutto l’altro fusto;
lo dosso e ’l petto e ambedue le coste
dipinti avea di nodi e di rotelle.
non fer mai drappi Tartari né Turchi,
né fuor tai tele per Aragne imposte.
che parte sono in acqua e parte in terra,
e come là tra li Tedeschi lurchi
così la fiera pessima si stava
su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra.
torcendo in sù la venenosa forca
ch’a guisa di scorpion la punta armava.
la nostra via un poco insino a quella
bestia malvagia che colà si corca».
e diece passi femmo in su lo stremo,
per ben cessar la rena e la fiammella.
poco più oltre veggio in su la rena
gente seder propinqua al loco scemo.
esperïenza d’esto giron porti»,
mi disse, «va, e vedi la lor mena.
mentre che torni, parlerò con questa,
che ne conceda i suoi omeri forti».
di quel settimo cerchio tutto solo
andai, dove sedea la gente mesta.
di qua, di là soccorrien con le mani
quando a’ vapori, e quando al caldo suolo:
or col ceffo or col piè, quando son morsi
o da pulci o da mosche o da tafani.
ne’ quali ’l doloroso foco casca,
non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi
ch’avea certo colore e certo segno,
e quindi par che ’l loro occhio si pasca.
in una borsa gialla vidi azzurro
che d’un leone avea faccia e contegno.
vidine un’altra come sangue rossa,
mostrando un’oca bianca più che burro.
segnato avea lo suo sacchetto bianco,
mi disse: «Che fai tu in questa fossa?
sappi che ’l mio vicin Vitalïano
sederà qui dal mio sinistro fianco.
spesse fïate mi ’ntronan li orecchi
gridando: “Vegna ’l cavalier sovrano,
Qui distorse la bocca e di fuor trasse
la lingua, come bue che ’l naso lecchi.
lui che di poco star m’avea ’mmonito,
torna’mi in dietro da l’anime lasse.
già su la groppa del fiero animale,
e disse a me: «Or sie forte e ardito.
monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo,
sì che la coda non possa far male».
de la quartana, c’ha già l’unghie smorte,
e triema tutto pur guardando ’l rezzo,
ma vergogna mi fé le sue minacce,
che innanzi a buon segnor fa servo forte.
sì volli dir, ma la voce non venne
com’ io credetti: ‘Fa che tu m’abbracce’.
ad altro forse, tosto ch’i’ montai
con le braccia m’avvinse e mi sostenne;
le rote larghe, e lo scender sia poco;
pensa la nova soma che tu hai».
in dietro in dietro, sì quindi si tolse;
e poi ch’al tutto si sentì a gioco,
e quella tesa, come anguilla, mosse,
e con le branche l’aere a sé raccolse.
quando Fetonte abbandonò li freni,
per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse;
sentì spennar per la scaldata cera,
gridando il padre a lui «Mala via tieni!»,
ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta
ogne veduta fuor che de la fera.
rota e discende, ma non me n’accorgo
se non che al viso e di sotto mi venta.
far sotto noi un orribile scroscio,
per che con li occhi ’n giù la testa sporgo.
però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti;
ond’ io tremando tutto mi raccoscio.
lo scendere e ’l girar per li gran mali
che s’appressavan da diversi canti.
che sanza veder logoro o uccello
fa dire al falconiere «Omè, tu cali!»,
per cento rote, e da lunge si pone
dal suo maestro, disdegnoso e fello;
al piè al piè de la stagliata rocca,
e, discarcate le nostre persone,Canto XVIII
tutto di pietra di color ferrigno,
come la cerchia che dintorno il volge.
vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
di cui suo loco dicerò l’ordigno.
tra ’l pozzo e ’l piè de l’alta ripa dura,
e ha distinto in dieci valli il fondo.
più e più fossi cingon li castelli,
la parte dove son rende figura,
e come a tai fortezze da’ lor sogli
a la ripa di fuor son ponticelli,
movien che ricidien li argini e ’ fossi
infino al pozzo che i tronca e raccogli.
di Gerïon, trovammoci; e ’l poeta
tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.
novo tormento e novi frustatori,
di che la prima bolgia era repleta.
dal mezzo in qua ci venien verso ’l volto,
di là con noi, ma con passi maggiori,
l’anno del giubileo, su per lo ponte
hanno a passar la gente modo colto,
verso ’l castello e vanno a Santo Pietro,
da l’altra sponda vanno verso ’l monte.
vidi demon cornuti con gran ferze,
che li battien crudelmente di retro.
a le prime percosse! già nessuno
le seconde aspettava né le terze.
furo scontrati; e io sì tosto dissi:
«Già di veder costui non son digiuno».
e ’l dolce duca meco si ristette,
e assentio ch’alquanto in dietro gissi.
bassando ’l viso; ma poco li valse,
ch’io dissi: «O tu che l’occhio a terra gette,
Venedico se’ tu Caccianemico.
Ma che ti mena a sì pungenti salse?».
ma sforzami la tua chiara favella,
che mi fa sovvenir del mondo antico.
condussi a far la voglia del marchese,
come che suoni la sconcia novella.
anzi n’è questo loco tanto pieno,
che tante lingue non son ora apprese
e se di ciò vuoi fede o testimonio,
rècati a mente il nostro avaro seno».
de la sua scurïada, e disse: «Via,
ruffian! qui non son femmine da conio».
poscia con pochi passi divenimmo
là ’v’ uno scoglio de la ripa uscia.
e vòlti a destra su per la sua scheggia,
da quelle cerchie etterne ci partimmo.
di sotto per dar passo a li sferzati,
lo duca disse: «Attienti, e fa che feggia
ai quali ancor non vedesti la faccia
però che son con noi insieme andati».
che venìa verso noi da l’altra banda,
e che la ferza similmente scaccia.
mi disse: «Guarda quel grande che vene,
e per dolor non par lagrime spanda:
Quelli è Iasón, che per cuore e per senno
li Colchi del monton privati féne.
poi che l’ardite femmine spietate
tutti li maschi loro a morte dienno.
Isifile ingannò, la giovinetta
che prima avea tutte l’altre ingannate.
tal colpa a tal martiro lui condanna;
e anche di Medea si fa vendetta.
e questo basti de la prima valle
sapere e di color che ’n sé assanna».
con l’argine secondo s’incrocicchia,
e fa di quello ad un altr’ arco spalle.
ne l’altra bolgia e che col muso scuffa,
e sé medesma con le palme picchia.
per l’alito di giù che vi s’appasta,
che con li occhi e col naso facea zuffa.
loco a veder sanza montare al dosso
de l’arco, ove lo scoglio più sovrasta.
vidi gente attuffata in uno sterco
che da li uman privadi parea mosso.
vidi un col capo sì di merda lordo,
che non parëa s’era laico o cherco.
di riguardar più me che li altri brutti?».
E io a lui: «Perché, se ben ricordo,
e se’ Alessio Interminei da Lucca:
però t’adocchio più che li altri tutti».
«Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe
ond’ io non ebbi mai la lingua stucca».
mi disse, «il viso un poco più avante,
sì che la faccia ben con l’occhio attinghe
che là si graffia con l’unghie merdose,
e or s’accoscia e ora è in piedi stante.
al drudo suo quando disse “Ho io grazie
grandi apo te?”: “Anzi maravigliose!”.Canto XIX
che le cose di Dio, che di bontate
deon essere spose, e voi rapaci
or convien che per voi suoni la tromba,
però che ne la terza bolgia state.
montati de lo scoglio in quella parte
ch’a punto sovra mezzo ’l fosso piomba.
che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
e quanto giusto tua virtù comparte!
piena la pietra livida di fóri,
d’un largo tutti e ciascun era tondo.
che que’ che son nel mio bel San Giovanni,
fatti per loco d’i battezzatori;
rupp’ io per un che dentro v’annegava:
e questo sia suggel ch’ogn’ omo sganni.
d’un peccator li piedi e de le gambe
infino al grosso, e l’altro dentro stava.
per che sì forte guizzavan le giunte,
che spezzate averien ritorte e strambe.
muoversi pur su per la strema buccia,
tal era lì dai calcagni a le punte.
guizzando più che li altri suoi consorti»,
diss’ io, «e cui più roggia fiamma succia?».
là giù per quella ripa che più giace,
da lui saprai di sé e de’ suoi torti».
tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto
dal tuo volere, e sai quel che si tace».
volgemmo e discendemmo a mano stanca
là giù nel fondo foracchiato e arto.
non mi dipuose, sì mi giunse al rotto
di quel che si piangeva con la zanca.
anima trista come pal commessa»,
comincia’ io a dir, «se puoi, fa motto».
lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto,
richiama lui per che la morte cessa.
se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo scritto.
per lo qual non temesti tòrre a ’nganno
la bella donna, e poi di farne strazio?».
per non intender ciò ch’è lor risposto,
quasi scornati, e risponder non sanno.
“Non son colui, non son colui che credi”»;
e io rispuosi come a me fu imposto.
poi, sospirando e con voce di pianto,
mi disse: «Dunque che a me richiedi?
che tu abbi però la ripa corsa,
sappi ch’i’ fui vestito del gran manto;
cupido sì per avanzar li orsatti,
che sù l’avere e qui me misi in borsa.
che precedetter me simoneggiando,
per le fessure de la pietra piatti.
verrà colui ch’i’ credea che tu fossi,
allor ch’i’ feci ’l sùbito dimando.
e ch’i’ son stato così sottosopra,
ch’el non starà piantato coi piè rossi:
di ver’ ponente, un pastor sanza legge,
tal che convien che lui e me ricuopra.
ne’ Maccabei; e come a quel fu molle
suo re, così fia lui chi Francia regge».
ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro:
«Deh, or mi dì: quanto tesoro volle
ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?
Certo non chiese se non “Viemmi retro”.
oro od argento, quando fu sortito
al loco che perdé l’anima ria.
e guarda ben la mal tolta moneta
ch’esser ti fece contra Carlo ardito.
la reverenza de le somme chiavi
che tu tenesti ne la vita lieta,
ché la vostra avarizia il mondo attrista,
calcando i buoni e sollevando i pravi.
quando colei che siede sopra l’acque
puttaneggiar coi regi a lui fu vista;
e da le diece corna ebbe argomento,
fin che virtute al suo marito piacque.
e che altro è da voi a l’idolatre,
se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre!».
o ira o coscïenza che ’l mordesse,
forte spingava con ambo le piote.
con sì contenta labbia sempre attese
lo suon de le parole vere espresse.
e poi che tutto su mi s’ebbe al petto,
rimontò per la via onde discese.
sì men portò sovra ’l colmo de l’arco
che dal quarto al quinto argine è tragetto.
soave per lo scoglio sconcio ed erto
che sarebbe a le capre duro varco.Canto XX
e dar matera al ventesimo canto
de la prima canzon, ch’è d’i sommersi.
a riguardar ne lo scoperto fondo,
che si bagnava d’angoscioso pianto;
venir, tacendo e lagrimando, al passo
che fanno le letane in questo mondo.
mirabilmente apparve esser travolto
ciascun tra ’l mento e ’l principio del casso,
e in dietro venir li convenia,
perché ’l veder dinanzi era lor tolto.
si travolse così alcun del tutto;
ma io nol vidi, né credo che sia.
di tua lezione, or pensa per te stesso
com’ io potea tener lo viso asciutto,
vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi
le natiche bagnava per lo fesso.
del duro scoglio, sì che la mia scorta
mi disse: «Ancor se’ tu de li altri sciocchi?
chi è più scellerato che colui
che al giudicio divin passion comporta?
s’aperse a li occhi d’i Teban la terra;
per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui,
E non restò di ruinare a valle
fino a Minòs che ciascheduno afferra.
perché volle veder troppo davante,
di retro guarda e fa retroso calle.
quando di maschio femmina divenne,
cangiandosi le membra tutte quante;
li duo serpenti avvolti, con la verga,
che rïavesse le maschili penne.
che ne’ monti di Luni, dove ronca
lo Carrarese che di sotto alberga,
per sua dimora; onde a guardar le stelle
e ’l mar non li era la veduta tronca.
che tu non vedi, con le trecce sciolte,
e ha di là ogne pilosa pelle,
poscia si puose là dove nacqu’ io;
onde un poco mi piace che m’ascolte.
e venne serva la città di Baco,
questa gran tempo per lo mondo gio.
a piè de l’Alpe che serra Lamagna
sovra Tiralli, c’ha nome Benaco.
tra Garda e Val Camonica e Pennino
de l’acqua che nel detto laco stagna.
pastore e quel di Brescia e ’l veronese
segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.
da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
ove la riva ’ntorno più discese.
ciò che ’n grembo a Benaco star non può,
e fassi fiume giù per verdi paschi.
non più Benaco, ma Mencio si chiama
fino a Governol, dove cade in Po.
ne la qual si distende e la ’mpaluda;
e suol di state talor essere grama.
vide terra, nel mezzo del pantano,
sanza coltura e d’abitanti nuda.
ristette con suoi servi a far sue arti,
e visse, e vi lasciò suo corpo vano.
s’accolsero a quel loco, ch’era forte
per lo pantan ch’avea da tutte parti.
e per colei che ’l loco prima elesse,
Mantüa l’appellar sanz’ altra sorte.
prima che la mattia da Casalodi
da Pinamonte inganno ricevesse.
originar la mia terra altrimenti,
la verità nulla menzogna frodi».
mi son sì certi e prendon sì mia fede,
che li altri mi sarien carboni spenti.
se tu ne vedi alcun degno di nota;
ché solo a ciò la mia mente rifiede».
porge la barba in su le spalle brune,
fu—quando Grecia fu di maschi vòta,
augure, e diede ’l punto con Calcanta
in Aulide a tagliar la prima fune.
l’alta mia tragedìa in alcun loco:
ben lo sai tu che la sai tutta quanta.
Michele Scotto fu, che veramente
de le magiche frode seppe ’l gioco.
ch’avere inteso al cuoio e a lo spago
ora vorrebbe, ma tardi si pente.
la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine;
fecer malie con erbe e con imago.
d’amendue li emisperi e tocca l’onda
sotto Sobilia Caino e le spine;
ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque
alcuna volta per la selva fonda».Canto XXI
che la mia comedìa cantar non cura,
venimmo; e tenavamo ’l colmo, quando
di Malebolge e li altri pianti vani;
e vidila mirabilmente oscura.
bolle l’inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani,
chi fa suo legno novo e chi ristoppa
le coste a quel che più vïaggi fece;
altri fa remi e altri volge sarte;
chi terzeruolo e artimon rintoppa—:
bollia là giuso una pegola spessa,
che ’nviscava la ripa d’ogne parte.
mai che le bolle che ’l bollor levava,
e gonfiar tutta, e riseder compressa.
lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!»,
mi trasse a sé del loco dov’ io stava.
di veder quel che li convien fuggire
e cui paura sùbita sgagliarda,
e vidi dietro a noi un diavol nero
correndo su per lo scoglio venire.
e quanto mi parea ne l’atto acerbo,
con l’ali aperte e sovra i piè leggero!
carcava un peccator con ambo l’anche,
e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo.
ecco un de li anzïan di Santa Zita!
Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche
ogn’ uom v’è barattier, fuor che Bonturo;
del no, per li denar, vi si fa ita».
si volse; e mai non fu mastino sciolto
con tanta fretta a seguitar lo furo.
ma i demon che del ponte avean coperchio,
gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto!
Però, se tu non vuo’ di nostri graffi,
non far sopra la pegola soverchio».
disser: «Coverto convien che qui balli,
sì che, se puoi, nascosamente accaffi».
fanno attuffare in mezzo la caldaia
la carne con li uncin, perché non galli.
che tu ci sia», mi disse, «giù t’acquatta
dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia;
non temer tu, ch’i’ ho le cose conte,
perch’ altra volta fui a tal baratta».
e com’ el giunse in su la ripa sesta,
mestier li fu d’aver sicura fronte.
ch’escono i cani a dosso al poverello
che di sùbito chiede ove s’arresta,
e volser contra lui tutt’ i runcigli;
ma el gridò: «Nessun di voi sia fello!
traggasi avante l’un di voi che m’oda,
e poi d’arruncigliarmi si consigli».
per ch’un si mosse—e li altri stetter fermi—
e venne a lui dicendo: «Che li approda?».
esser venuto», disse ’l mio maestro,
«sicuro già da tutti vostri schermi,
Lascian’ andar, ché nel cielo è voluto
ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro».
ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi,
e disse a li altri: «Omai non sia feruto».
tra li scheggion del ponte quatto quatto,
sicuramente omai a me ti riedi».
e i diavoli si fecer tutti avanti,
sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;
ch’uscivan patteggiati di Caprona,
veggendo sé tra nemici cotanti.
lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi
da la sembianza lor ch’era non buona.
diceva l’un con l’altro, «in sul groppone?».
E rispondien: «Sì, fa che gliel’ accocchi».
col duca mio, si volse tutto presto
e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!».
iscoglio non si può, però che giace
tutto spezzato al fondo l’arco sesto.
andatevene su per questa grotta;
presso è un altro scoglio che via face.
mille dugento con sessanta sei
anni compié che qui la via fu rotta.
a riguardar s’alcun se ne sciorina;
gite con lor, che non saranno rei».
cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo;
e Barbariccia guidi la decina.
Cirïatto sannuto e Graffiacane
e Farfarello e Rubicante pazzo.
costor sian salvi infino a l’altro scheggio
che tutto intero va sovra le tane».
diss’ io, «deh, sanza scorta andianci soli,
se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio.
non vedi tu ch’e’ digrignan li denti
e con le ciglia ne minaccian duoli?».
lasciali digrignar pur a lor senno,
ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti».
ma prima avea ciascun la lingua stretta
coi denti, verso lor duca, per cenno;Canto XXII
e cominciare stormo e far lor mostra,
e talvolta partir per loro scampo;
o Aretini, e vidi gir gualdane,
fedir torneamenti e correr giostra;
con tamburi e con cenni di castella,
e con cose nostrali e con istrane;
cavalier vidi muover né pedoni,
né nave a segno di terra o di stella.
Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
coi santi, e in taverna coi ghiottoni.
per veder de la bolgia ogne contegno
e de la gente ch’entro v’era incesa.
a’ marinar con l’arco de la schiena
che s’argomentin di campar lor legno,
mostrav’ alcun de’ peccatori ’l dosso
e nascondea in men che non balena.
stanno i ranocchi pur col muso fuori,
sì che celano i piedi e l’altro grosso,
ma come s’appressava Barbariccia,
così si ritraén sotto i bollori.
uno aspettar così, com’ elli ’ncontra
ch’una rana rimane e l’altra spiccia;
li arruncigliò le ’mpegolate chiome
e trassel sù, che mi parve una lontra.
sì li notai quando fuorono eletti,
e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come.
li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!»,
gridavan tutti insieme i maladetti.
che tu sappi chi è lo sciagurato
venuto a man de li avversari suoi».
domandollo ond’ ei fosse, e quei rispuose:
«I’ fui del regno di Navarra nato.
che m’avea generato d’un ribaldo,
distruggitor di sé e di sue cose.
quivi mi misi a far baratteria,
di ch’io rendo ragione in questo caldo».
d’ogne parte una sanna come a porco,
li fé sentir come l’una sdruscia.
ma Barbariccia il chiuse con le braccia
e disse: «State in là, mentr’ io lo ’nforco».
«Domanda», disse, «ancor, se più disii
saper da lui, prima ch’altri ’l disfaccia».
conosci tu alcun che sia latino
sotto la pece?». E quelli: «I’ mi partii,
Così foss’ io ancor con lui coperto,
ch’i’ non temerei unghia né uncino!».
disse; e preseli ’l braccio col runciglio,
sì che, stracciando, ne portò un lacerto.
giuso a le gambe; onde ’l decurio loro
si volse intorno intorno con mal piglio.
a lui, ch’ancor mirava sua ferita,
domandò ’l duca mio sanza dimoro:
di’ che facesti per venire a proda?».
Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita,
ch’ebbe i nemici di suo donno in mano,
e fé sì lor, che ciascun se ne loda.
sì com’ e’ dice; e ne li altri offici anche
barattier fu non picciol, ma sovrano.
di Logodoro; e a dir di Sardigna
le lingue lor non si sentono stanche.
i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello
non s’apparecchi a grattarmi la tigna».
che stralunava li occhi per fedire,
disse: «Fatti ’n costà, malvagio uccello!».
ricominciò lo spaürato appresso,
«Toschi o Lombardi, io ne farò venire;
sì ch’ei non teman de le lor vendette;
e io, seggendo in questo loco stesso,
quand’ io suffolerò, com’ è nostro uso
di fare allor che fori alcun si mette».
crollando ’l capo, e disse: «Odi malizia
ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!».
rispuose: «Malizioso son io troppo,
quand’ io procuro a’ mia maggior trestizia».
a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali,
io non ti verrò dietro di gualoppo,
Lascisi ’l collo, e sia la ripa scudo,
a veder se tu sol più di noi vali».
ciascun da l’altra costa li occhi volse,
quel prima, ch’a ciò fare era più crudo.
fermò le piante a terra, e in un punto
saltò e dal proposto lor si sciolse.
ma quei più che cagion fu del difetto;
però si mosse e gridò: «Tu se’ giunto!».
non potero avanzar; quelli andò sotto,
e quei drizzò volando suso il petto:
quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa,
ed ei ritorna sù crucciato e rotto.
volando dietro li tenne, invaghito
che quei campasse per aver la zuffa;
così volse li artigli al suo compagno,
e fu con lui sopra ’l fosso ghermito.
ad artigliar ben lui, e amendue
cadder nel mezzo del bogliente stagno.
ma però di levarsi era neente,
sì avieno inviscate l’ali sue.
quattro ne fé volar da l’altra costa
con tutt’ i raffi, e assai prestamente
porser li uncini verso li ’mpaniati,
ch’eran già cotti dentro da la crosta.Canto XXIII
n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,
come frati minor vanno per via.
lo mio pensier per la presente rissa,
dov’ el parlò de la rana e del topo;
che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia
principio e fine con la mente fissa.
così nacque di quello un altro poi,
che la prima paura mi fé doppia.
sono scherniti con danno e con beffa
sì fatta, ch’assai credo che lor nòi.
ei ne verranno dietro più crudeli
che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa’.
de la paura e stava in dietro intento,
quand’ io dissi: «Maestro, se non celi
d’i Malebranche. Noi li avem già dietro;
io li ’magino sì, che già li sento».
l’imagine di fuor tua non trarrei
più tosto a me, che quella dentro ’mpetro.
con simile atto e con simile faccia,
sì che d’intrambi un sol consiglio fei.
che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,
noi fuggirem l’imaginata caccia».
ch’io li vidi venir con l’ali tese
non molto lungi, per volerne prendere.
come la madre ch’al romore è desta
e vede presso a sé le fiamme accese,
avendo più di lui che di sé cura,
tanto che solo una camiscia vesta;
supin si diede a la pendente roccia,
che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.
a volger ruota di molin terragno,
quand’ ella più verso le pale approccia,
portandosene me sovra ’l suo petto,
come suo figlio, non come compagno.
del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle
sovresso noi; ma non lì era sospetto:
porre ministri de la fossa quinta,
poder di partirs’ indi a tutti tolle.
che giva intorno assai con lenti passi,
piangendo e nel sembiante stanca e vinta.
dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
che in Clugnì per li monaci fassi.
ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
che Federigo le mettea di paglia.
Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
con loro insieme, intenti al tristo pianto;
venìa sì pian, che noi eravam nuovi
di compagnia ad ogne mover d’anca.
alcun ch’al fatto o al nome si conosca,
e li occhi, sì andando, intorno movi».
di retro a noi gridò: «Tenete i piedi,
voi che correte sì per l’aura fosca!
Onde ’l duca si volse e disse: «Aspetta,
e poi secondo il suo passo procedi».
de l’animo, col viso, d’esser meco;
ma tardavali ’l carco e la via stretta.
mi rimiraron sanza far parola;
poi si volsero in sé, e dicean seco:
e s’e’ son morti, per qual privilegio
vanno scoperti de la grave stola?».
de l’ipocriti tristi se’ venuto,
dir chi tu se’ non avere in dispregio».
sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa,
e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto.
quant’ i’ veggio dolor giù per le guance?
e che pena è in voi che sì sfavilla?».
son di piombo sì grosse, che li pesi
fan così cigolar le lor bilance.
io Catalano e questi Loderingo
nomati, e da tua terra insieme presi
per conservar sua pace; e fummo tali,
ch’ancor si pare intorno dal Gardingo».
ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse
un, crucifisso in terra con tre pali.
soffiando ne la barba con sospiri;
e ’l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse,
consigliò i Farisei che convenia
porre un uom per lo popolo a’ martìri.
come tu vedi, ed è mestier ch’el senta
qualunque passa, come pesa, pria.
in questa fossa, e li altri dal concilio
che fu per li Giudei mala sementa».
sovra colui ch’era disteso in croce
tanto vilmente ne l’etterno essilio.
«Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
s’a la man destra giace alcuna foce
sanza costrigner de li angeli neri
che vegnan d’esto fondo a dipartirci».
s’appressa un sasso che da la gran cerchia
si move e varca tutt’ i vallon feri,
montar potrete su per la ruina,
che giace in costa e nel fondo soperchia».
poi disse: «Mal contava la bisogna
colui che i peccator di qua uncina».
del diavol vizi assai, tra ’ quali udi’
ch’elli è bugiardo, e padre di menzogna».
turbato un poco d’ira nel sembiante;
ond’ io da li ’ncarcati mi parti’Canto XXIV
che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra
e già le notti al mezzo dì sen vanno,
l’imagine di sua sorella bianca,
ma poco dura a la sua penna tempra,
si leva, e guarda, e vede la campagna
biancheggiar tutta; ond’ ei si batte l’anca,
come ’l tapin che non sa che si faccia;
poi riede, e la speranza ringavagna,
in poco d’ora, e prende suo vincastro
e fuor le pecorelle a pascer caccia.
quand’ io li vidi sì turbar la fronte,
e così tosto al mal giunse lo ’mpiastro;
lo duca a me si volse con quel piglio
dolce ch’io vidi prima a piè del monte.
eletto seco riguardando prima
ben la ruina, e diedemi di piglio.
che sempre par che ’nnanzi si proveggia,
così, levando me sù ver’ la cima
dicendo: «Sovra quella poi t’aggrappa;
ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia».
ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,
potavam sù montar di chiappa in chiappa.
più che da l’altro era la costa corta,
non so di lui, ma io sarei ben vinto.
del bassissimo pozzo tutta pende,
lo sito di ciascuna valle porta
noi pur venimmo al fine in su la punta
onde l’ultima pietra si scoscende.
quand’ io fui sù, ch’i’ non potea più oltre,
anzi m’assisi ne la prima giunta.
disse ’l maestro; «ché, seggendo in piuma,
in fama non si vien, né sotto coltre;
cotal vestigio in terra di sé lascia,
qual fummo in aere e in acqua la schiuma.
con l’animo che vince ogne battaglia,
se col suo grave corpo non s’accascia.
non basta da costoro esser partito.
Se tu mi ’ntendi, or fa sì che ti vaglia».
meglio di lena ch’i’ non mi sentia,
e dissi: «Va, ch’i’ son forte e ardito».
ch’era ronchioso, stretto e malagevole,
ed erto più assai che quel di pria.
onde una voce uscì de l’altro fosso,
a parole formar disconvenevole.
fossi de l’arco già che varca quivi;
ma chi parlava ad ire parea mosso.
non poteano ire al fondo per lo scuro;
per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi
ché, com’ i’ odo quinci e non intendo,
così giù veggio e neente affiguro».
se non lo far; ché la dimanda onesta
si de’ seguir con l’opera tacendo».
dove s’aggiugne con l’ottava ripa,
e poi mi fu la bolgia manifesta:
di serpenti, e di sì diversa mena
che la memoria il sangue ancor mi scipa.
ché se chelidri, iaculi e faree
produce, e cencri con anfisibena,
mostrò già mai con tutta l’Etïopia
né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.
corrëan genti nude e spaventate,
sanza sperar pertugio o elitropia:
quelle ficcavan per le ren la coda
e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate.
s’avventò un serpente che ’l trafisse
là dove ’l collo a le spalle s’annoda.
com’ el s’accese e arse, e cener tutto
convenne che cascando divenisse;
la polver si raccolse per sé stessa
e ’n quel medesmo ritornò di butto.
che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo anno appressa;
ma sol d’incenso lagrime e d’amomo,
e nardo e mirra son l’ultime fasce.
per forza di demon ch’a terra il tira,
o d’altra oppilazion che lega l’omo,
tutto smarrito de la grande angoscia
ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:
Oh potenza di Dio, quant’ è severa,
che cotai colpi per vendetta croscia!
per ch’ei rispuose: «Io piovvi di Toscana,
poco tempo è, in questa gola fiera.
sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci
bestia, e Pistoia mi fu degna tana».
e domanda che colpa qua giù ’l pinse;
ch’io ’l vidi uomo di sangue e di crucci».
ma drizzò verso me l’animo e ’l volto,
e di trista vergogna si dipinse;
ne la miseria dove tu mi vedi,
che quando fui de l’altra vita tolto.
in giù son messo tanto perch’ io fui
ladro a la sagrestia d’i belli arredi,
Ma perché di tal vista tu non godi,
se mai sarai di fuor da’ luoghi bui,
Pistoia in pria d’i Neri si dimagra;
poi Fiorenza rinova gente e modi.
ch’è di torbidi nuvoli involuto;
e con tempesta impetüosa e agra
ond’ ei repente spezzerà la nebbia,
sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto.Canto XXV
le mani alzò con amendue le fiche,
gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!».
perch’ una li s’avvolse allora al collo,
come dicesse ‘Non vo’ che più diche’;
ribadendo sé stessa sì dinanzi,
che non potea con esse dare un crollo.
d’incenerarti sì che più non duri,
poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi?
non vidi spirto in Dio tanto superbo,
non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.
e io vidi un centauro pien di rabbia
venir chiamando: «Ov’ è, ov’ è l’acerbo?».
quante bisce elli avea su per la groppa
infin ove comincia nostra labbia.
con l’ali aperte li giacea un draco;
e quello affuoca qualunque s’intoppa.
che, sotto ’l sasso di monte Aventino,
di sangue fece spesse volte laco.
per lo furto che frodolente fece
del grande armento ch’elli ebbe a vicino;
sotto la mazza d’Ercule, che forse
gliene diè cento, e non sentì le diece».
e tre spiriti venner sotto noi,
de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse,
per che nostra novella si ristette,
e intendemmo pur ad essi poi.
come suol seguitar per alcun caso,
che l’un nomar un altro convenette,
per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento,
mi puosi ’l dito su dal mento al naso.
ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,
ché io che ’l vidi, a pena il mi consento.
e un serpente con sei piè si lancia
dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.
e con li anterïor le braccia prese;
poi li addentò e l’una e l’altra guancia;
e miseli la coda tra ’mbedue
e dietro per le ren sù la ritese.
ad alber sì, come l’orribil fiera
per l’altrui membra avviticchiò le sue.
fossero stati, e mischiar lor colore,
né l’un né l’altro già parea quel ch’era:
per lo papiro suso, un color bruno
che non è nero ancora e ’l bianco more.
gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!
Vedi che già non se’ né due né uno».
quando n’apparver due figure miste
in una faccia, ov’ eran due perduti.
le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso
divenner membra che non fuor mai viste.
due e nessun l’imagine perversa
parea; e tal sen gio con lento passo.
dei dì canicular, cangiando sepe,
folgore par se la via attraversa,
de li altri due, un serpentello acceso,
livido e nero come gran di pepe;
nostro alimento, a l’un di lor trafisse;
poi cadde giuso innanzi lui disteso.
anzi, co’ piè fermati, sbadigliava
pur come sonno o febbre l’assalisse.
l’un per la piaga e l’altro per la bocca
fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.
del misero Sabello e di Nasidio,
e attenda a udir quel ch’or si scocca.
ché se quello in serpente e quella in fonte
converte poetando, io non lo ’nvidio;
non trasmutò sì ch’amendue le forme
a cambiar lor matera fosser pronte.
che ’l serpente la coda in forca fesse,
e ’l feruto ristrinse insieme l’orme.
s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura
non facea segno alcun che si paresse.
che si perdeva là, e la sua pelle
si facea molle, e quella di là dura.
e i due piè de la fiera, ch’eran corti,
tanto allungar quanto accorciavan quelle.
diventaron lo membro che l’uom cela,
e ’l misero del suo n’avea due porti.
di color novo, e genera ’l pel suso
per l’una parte e da l’altra il dipela,
non torcendo però le lucerne empie,
sotto le quai ciascun cambiava muso.
e di troppa matera ch’in là venne
uscir li orecchi de le gote scempie;
di quel soverchio, fé naso a la faccia
e le labbra ingrossò quanto convenne.
e li orecchi ritira per la testa
come face le corna la lumaccia;
prima a parlar, si fende, e la forcuta
ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta.
suffolando si fugge per la valle,
e l’altro dietro a lui parlando sputa.
e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra,
com’ ho fatt’ io, carpon per questo calle».
mutare e trasmutare; e qui mi scusi
la novità se fior la penna abborra.
fossero alquanto e l’animo smagato,
non poter quei fuggirsi tanto chiusi,
ed era quel che sol, di tre compagni
che venner prima, non era mutato;Canto XXVI
che per mare e per terra batti l’ali,
e per lo ’nferno tuo nome si spande!
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.
tu sentirai, di qua da picciol tempo,
di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.
Così foss’ ei, da che pur esser dee!
ché più mi graverà, com’ più m’attempo.
che n’avea fatto iborni a scender pria,
rimontò ’l duca mio e trasse mee;
tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non si spedia.
quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,
e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,
sì che, se stella bona o miglior cosa
m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi.
nel tempo che colui che ’l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov’ e’ vendemmia e ara:
l’ottava bolgia, sì com’ io m’accorsi
tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.
vide ’l carro d’Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,
ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in sù salire:
del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.
sì che s’io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei giù sanz’ esser urto.
disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel ch’elli è inceso».
son io più certo; ma già m’era avviso
che così fosse, e già voleva dirti:
di sopra, che par surger de la pira
dov’ Eteòcle col fratel fu miso?».
Ulisse e Dïomede, e così insieme
a la vendetta vanno come a l’ira;
l’agguato del caval che fé la porta
onde uscì de’ Romani il gentil seme.
Deïdamìa ancor si duol d’Achille,
e del Palladio pena vi si porta».
parlar», diss’ io, «maestro, assai ten priego
e ripriego, che ’l priego vaglia mille,
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver’ lei mi piego!».
di molta loda, e io però l’accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.
ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
perch’ e’ fuor greci, forse del tuo detto».
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:
s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
s’io meritai di voi assai o poco
non vi movete; ma l’un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi».
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: «Quando
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.
quando venimmo a quella foce stretta
dov’ Ercule segnò li suoi riguardi
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo.
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’ altrui piacque,Canto XXVII
per non dir più, e già da noi sen gia
con la licenza del dolce poeta,
ne fece volger li occhi a la sua cima
per un confuso suon che fuor n’uscia.
col pianto di colui, e ciò fu dritto,
che l’avea temperato con sua lima,
sì che, con tutto che fosse di rame,
pur el pareva dal dolor trafitto;
dal principio nel foco, in suo linguaggio
si convertïan le parole grame.
su per la punta, dandole quel guizzo
che dato avea la lingua in lor passaggio,
la voce e che parlavi mo lombardo,
dicendo “Istra ten va, più non t’adizzo”,
non t’incresca restare a parlar meco;
vedi che non incresce a me, e ardo!
caduto se’ di quella dolce terra
latina ond’ io mia colpa tutta reco,
ch’io fui d’i monti là intra Orbino
e ’l giogo di che Tever si diserra».
quando il mio duca mi tentò di costa,
dicendo: «Parla tu; questi è latino».
sanza indugio a parlare incominciai:
«O anima che se’ là giù nascosta,
sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni;
ma ’n palese nessuna or vi lasciai.
l’aguglia da Polenta la si cova,
sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni.
e di Franceschi sanguinoso mucchio,
sotto le branche verdi si ritrova.
che fecer di Montagna il mal governo,
là dove soglion fan d’i denti succhio.
conduce il lïoncel dal nido bianco,
che muta parte da la state al verno.
così com’ ella sie’ tra ’l piano e ’l monte,
tra tirannia si vive e stato franco.
non esser duro più ch’altri sia stato,
se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte».
al modo suo, l’aguta punta mosse
di qua, di là, e poi diè cotal fiato:
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria sanza più scosse;
non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
sanza tema d’infamia ti rispondo.
credendomi, sì cinto, fare ammenda;
e certo il creder mio venìa intero,
che mi rimise ne le prime colpe;
e come e quare, voglio che m’intenda.
che la madre mi diè, l’opere mie
non furon leonine, ma di volpe.
io seppi tutte, e sì menai lor arte,
ch’al fine de la terra il suono uscie.
di mia etade ove ciascun dovrebbe
calar le vele e raccoglier le sarte,
e pentuto e confesso mi rendei;
ahi miser lasso! e giovato sarebbe.
avendo guerra presso a Laterano,
e non con Saracin né con Giudei,
e nessun era stato a vincer Acri
né mercatante in terra di Soldano,
guardò in sé, né in me quel capestro
che solea fare i suoi cinti più macri.
d’entro Siratti a guerir de la lebbre,
così mi chiese questi per maestro
domandommi consiglio, e io tacetti
perché le sue parole parver ebbre.
finor t’assolvo, e tu m’insegna fare
sì come Penestrino in terra getti.
come tu sai; però son due le chiavi
che ’l mio antecessor non ebbe care”.
là ’ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio,
e dissi: “Padre, da che tu mi lavi
lunga promessa con l’attender corto
ti farà trïunfar ne l’alto seggio”.
per me; ma un d’i neri cherubini
li disse: “Non portar: non mi far torto.
perché diede ’l consiglio frodolente,
dal quale in qua stato li sono a’ crini;
né pentere e volere insieme puossi
per la contradizion che nol consente”.
quando mi prese dicendomi: “Forse
tu non pensavi ch’io löico fossi!”.
otto volte la coda al dosso duro;
e poi che per gran rabbia la si morse,
per ch’io là dove vedi son perduto,
e sì vestito, andando, mi rancuro».
la fiamma dolorando si partio,
torcendo e dibattendo ’l corno aguto.
su per lo scoglio infino in su l’altr’ arco
che cuopre ’l fosso in che si paga il fioCanto XXVIII
dicer del sangue e de le piaghe a pieno
ch’i’ ora vidi, per narrar più volte?
per lo nostro sermone e per la mente
c’hanno a tanto comprender poco seno.
che già, in su la fortunata terra
di Puglia, fu del suo sangue dolente
che de l’anella fé sì alte spoglie,
come Livïo scrive, che non erra,
per contastare a Ruberto Guiscardo;
e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie
ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,
dove sanz’ arme vinse il vecchio Alardo;
mostrasse, d’aequar sarebbe nulla
il modo de la nona bolgia sozzo.
com’ io vidi un, così non si pertugia,
rotto dal mento infin dove si trulla.
la corata pareva e ’l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia.
guardommi e con le man s’aperse il petto,
dicendo: «Or vedi com’ io mi dilacco!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
seminator di scandalo e di scisma
fuor vivi, e però son fessi così.
sì crudelmente, al taglio de la spada
rimettendo ciascun di questa risma,
però che le ferite son richiuse
prima ch’altri dinanzi li rivada.
forse per indugiar d’ire a la pena
ch’è giudicata in su le tue accuse?».
rispuose ’l mio maestro, «a tormentarlo;
ma per dar lui esperïenza piena,
per lo ’nferno qua giù di giro in giro;
e quest’ è ver così com’ io ti parlo».
s’arrestaron nel fosso a riguardarmi
per maraviglia, oblïando il martiro.
tu che forse vedra’ il sole in breve,
s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,
non rechi la vittoria al Noarese,
ch’altrimenti acquistar non saria leve».
Mäometto mi disse esta parola;
indi a partirsi in terra lo distese.
e tronco ’l naso infin sotto le ciglia,
e non avea mai ch’una orecchia sola,
con li altri, innanzi a li altri aprì la canna,
ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia,
e cu’ io vidi su in terra latina,
se troppa simiglianza non m’inganna,
se mai torni a veder lo dolce piano
che da Vercelli a Marcabò dichina.
a messer Guido e anco ad Angiolello,
che, se l’antiveder qui non è vano,
e mazzerati presso a la Cattolica
per tradimento d’un tiranno fello.
non vide mai sì gran fallo Nettuno,
non da pirate, non da gente argolica.
e tien la terra che tale qui meco
vorrebbe di vedere esser digiuno,
poi farà sì, ch’al vento di Focara
non sarà lor mestier voto né preco».
se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella,
chi è colui da la veduta amara».
d’un suo compagno e la bocca li aperse,
gridando: «Questi è desso, e non favella.
in Cesare, affermando che ’l fornito
sempre con danno l’attender sofferse».
con la lingua tagliata ne la strozza
Curïo, ch’a dir fu così ardito!
levando i moncherin per l’aura fosca,
sì che ’l sangue facea la faccia sozza,
che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”,
che fu mal seme per la gente tosca».
per ch’elli, accumulando duol con duolo,
sen gio come persona trista e matta.
e vidi cosa ch’io avrei paura,
sanza più prova, di contarla solo;
la buona compagnia che l’uom francheggia
sotto l’asbergo del sentirsi pura.
un busto sanza capo andar sì come
andavan li altri de la trista greggia;
pesol con mano a guisa di lanterna:
e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».
ed eran due in uno e uno in due;
com’ esser può, quei sa che sì governa.
levò ’l braccio alto con tutta la testa
per appressarne le parole sue,
tu che, spirando, vai veggendo i morti:
vedi s’alcuna è grande come questa.
sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli
che diedi al re giovane i ma’ conforti.
Achitofèl non fé più d’Absalone
e di Davìd coi malvagi punzelli.
partito porto il mio cerebro, lasso!,
dal suo principio ch’è in questo troncone.Canto XXIX
avean le luci mie sì inebrïate,
che de lo stare a piangere eran vaghe.
perché la vista tua pur si soffolge
là giù tra l’ombre triste smozzicate?
pensa, se tu annoverar le credi,
che miglia ventidue la valle volge.
lo tempo è poco omai che n’è concesso,
e altro è da veder che tu non vedi».
«atteso a la cagion per ch’io guardava,
forse m’avresti ancor lo star dimesso».
lo duca, già faccendo la risposta,
e soggiugnendo: «Dentro a quella cava
credo ch’un spirto del mio sangue pianga
la colpa che là giù cotanto costa».
lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ ello.
Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;
mostrarti e minacciar forte col dito,
e udi’ ’l nominar Geri del Bello.
sovra colui che già tenne Altaforte,
che non guardasti in là, sì fu partito».
che non li è vendicata ancor», diss’ io,
«per alcun che de l’onta sia consorte,
sanza parlarmi, sì com’ ïo estimo:
e in ciò m’ha el fatto a sé più pio».
che de lo scoglio l’altra valle mostra,
se più lume vi fosse, tutto ad imo.
di Malebolge, sì che i suoi conversi
potean parere a la veduta nostra,
che di pietà ferrati avean li strali;
ond’ io li orecchi con le man copersi.
di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre
e di Maremma e di Sardigna i mali
tal era quivi, e tal puzzo n’usciva
qual suol venir de le marcite membre.
del lungo scoglio, pur da man sinistra;
e allor fu la mia vista più viva
de l’alto Sire infallibil giustizia
punisce i falsador che qui registra.
fosse in Egina il popol tutto infermo,
quando fu l’aere sì pien di malizia,
cascaron tutti, e poi le genti antiche,
secondo che i poeti hanno per fermo,
ch’era a veder per quella oscura valle
languir li spirti per diverse biche.
l’un de l’altro giacea, e qual carpone
si trasmutava per lo tristo calle.
guardando e ascoltando li ammalati,
che non potean levar le lor persone.
com’ a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
dal capo al piè di schianze macolati;
a ragazzo aspettato dal segnorso,
né a colui che mal volontier vegghia,
de l’unghie sopra sé per la gran rabbia
del pizzicor, che non ha più soccorso;
come coltel di scardova le scaglie
o d’altro pesce che più larghe l’abbia.
cominciò ’l duca mio a l’un di loro,
«e che fai d’esse talvolta tanaglie,
che son quinc’ entro, se l’unghia ti basti
etternalmente a cotesto lavoro».
qui ambedue», rispuose l’un piangendo;
«ma tu chi se’ che di noi dimandasti?».
con questo vivo giù di balzo in balzo,
e di mostrar lo ’nferno a lui intendo».
e tremando ciascuno a me si volse
con altri che l’udiron di rimbalzo.
dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»;
e io incominciai, poscia ch’ei volse:
nel primo mondo da l’umane menti,
ma s’ella viva sotto molti soli,
la vostra sconcia e fastidiosa pena
di palesarvi a me non vi spaventi».
rispuose l’un, «mi fé mettere al foco;
ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena.
“I’ mi saprei levar per l’aere a volo”;
e quei, ch’avea vaghezza e senno poco,
perch’ io nol feci Dedalo, mi fece
ardere a tal che l’avea per figliuolo.
me per l’alchìmia che nel mondo usai
dannò Minòs, a cui fallar non lece».
gente sì vana come la sanese?
Certo non la francesca sì d’assai!».
rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca
che seppe far le temperate spese,
del garofano prima discoverse
ne l’orto dove tal seme s’appicca;
Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda,
e l’Abbagliato suo senno proferse.
contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio,
sì che la faccia mia ben ti risponda:
che falsai li metalli con l’alchìmia;
e te dee ricordar, se ben t’adocchio,Canto XXX
per Semelè contra ’l sangue tebano,
come mostrò una e altra fïata,
che veggendo la moglie con due figli
andar carcata da ciascuna mano,
la leonessa e ’ leoncini al varco»;
e poi distese i dispietati artigli,
e rotollo e percosselo ad un sasso;
e quella s’annegò con l’altro carco.
l’altezza de’ Troian che tutto ardiva,
sì che ’nsieme col regno il re fu casso,
poscia che vide Polissena morta,
e del suo Polidoro in su la riva
forsennata latrò sì come cane;
tanto il dolor le fé la mente torta.
si vider mäi in alcun tanto crude,
non punger bestie, nonché membra umane,
che mordendo correvan di quel modo
che ’l porco quando del porcil si schiude.
del collo l’assannò, sì che, tirando,
grattar li fece il ventre al fondo sodo.
mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi,
e va rabbioso altrui così conciando».
li denti a dosso, non ti sia fatica
a dir chi è, pria che di qui si spicchi».
di Mirra scellerata, che divenne
al padre, fuor del dritto amore, amica.
falsificando sé in altrui forma,
come l’altro che là sen va, sostenne,
falsificare in sé Buoso Donati,
testando e dando al testamento norma».
sovra cu’ io avea l’occhio tenuto,
rivolsilo a guardar li altri mal nati.
pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia
tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto.
le membra con l’omor che mal converte,
che ’l viso non risponde a la ventraia,
come l’etico fa, che per la sete
l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte.
e non so io perché, nel mondo gramo»,
diss’ elli a noi, «guardate e attendete
io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli,
e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.
del Casentin discendon giuso in Arno,
faccendo i lor canali freddi e molli,
ché l’imagine lor vie più m’asciuga
che ’l male ond’ io nel volto mi discarno.
tragge cagion del loco ov’ io peccai
a metter più li miei sospiri in fuga.
la lega suggellata del Batista;
per ch’io il corpo sù arso lasciai.
di Guido o d’Alessandro o di lor frate,
per Fonte Branda non darei la vista.
ombre che vanno intorno dicon vero;
ma che mi val, c’ho le membra legate?
ch’i’ potessi in cent’ anni andare un’oncia,
io sarei messo già per lo sentiero,
con tutto ch’ella volge undici miglia,
e men d’un mezzo di traverso non ci ha.
e’ m’indussero a batter li fiorini
ch’avevan tre carati di mondiglia».
che fumman come man bagnate ’l verno,
giacendo stretti a’ tuoi destri confini?».
rispuose, «quando piovvi in questo greppo,
e non credo che dieno in sempiterno.
l’altr’ è ’l falso Sinon greco di Troia:
per febbre aguta gittan tanto leppo».
forse d’esser nomato sì oscuro,
col pugno li percosse l’epa croia.
e mastro Adamo li percosse il volto
col braccio suo, che non parve men duro,
lo muover per le membra che son gravi,
ho io il braccio a tal mestiere sciolto».
al fuoco, non l’avei tu così presto;
ma sì e più l’avei quando coniavi».
ma tu non fosti sì ver testimonio
là ’ve del ver fosti a Troia richesto».
disse Sinon; «e son qui per un fallo,
e tu per più ch’alcun altro demonio!».
rispuose quel ch’avëa infiata l’epa;
«e sieti reo che tutto il mondo sallo!».
disse ’l Greco, «la lingua, e l’acqua marcia
che ’l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!».
la bocca tua per tuo mal come suole;
ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia,
e per leccar lo specchio di Narcisso,
non vorresti a ’nvitar molte parole».
quando ’l maestro mi disse: «Or pur mira,
che per poco che teco non mi risso!».
volsimi verso lui con tal vergogna,
ch’ancor per la memoria mi si gira.
che sognando desidera sognare,
sì che quel ch’è, come non fosse, agogna,
che disïava scusarmi, e scusava
me tuttavia, e nol mi credea fare.
disse ’l maestro, «che ’l tuo non è stato;
però d’ogne trestizia ti disgrava.
se più avvien che fortuna t’accoglia
dove sien genti in simigliante piato:Canto XXXI
sì che mi tinse l’una e l’altra guancia,
e poi la medicina mi riporse;
d’Achille e del suo padre esser cagione
prima di trista e poi di buona mancia.
su per la ripa che ’l cinge dintorno,
attraversando sanza alcun sermone.
sì che ’l viso m’andava innanzi poco;
ma io senti’ sonare un alto corno,
che, contra sé la sua via seguitando,
dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.
Carlo Magno perdé la santa gesta,
non sonò sì terribilmente Orlando.
che me parve veder molte alte torri;
ond’ io: «Maestro, dì, che terra è questa?».
per le tenebre troppo da la lungi,
avvien che poi nel maginare abborri.
quanto ’l senso s’inganna di lontano;
però alquanto più te stesso pungi».
e disse: «Pria che noi siam più avanti,
acciò che ’l fatto men ti paia strano,
e son nel pozzo intorno da la ripa
da l’umbilico in giuso tutti quanti».
lo sguardo a poco a poco raffigura
ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa,
più e più appressando ver’ la sponda,
fuggiemi errore e cresciemi paura;
Montereggion di torri si corona,
così la proda che ’l pozzo circonda
li orribili giganti, cui minaccia
Giove del cielo ancora quando tuona.
le spalle e ’l petto e del ventre gran parte,
e per le coste giù ambo le braccia.
di sì fatti animali, assai fé bene
per tòrre tali essecutori a Marte.
non si pente, chi guarda sottilmente,
più giusta e più discreta la ne tene;
s’aggiugne al mal volere e a la possa,
nessun riparo vi può far la gente.
come la pina di San Pietro a Roma,
e a sua proporzione eran l’altre ossa;
dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto
di sovra, che di giugnere a la chioma
però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi
dal loco in giù dov’ omo affibbia ’l manto.
cominciò a gridar la fiera bocca,
cui non si convenia più dolci salmi.
tienti col corno, e con quel ti disfoga
quand’ ira o altra passïon ti tocca!
che ’l tien legato, o anima confusa,
e vedi lui che ’l gran petto ti doga».
questi è Nembrotto per lo cui mal coto
pur un linguaggio nel mondo non s’usa.
ché così è a lui ciascun linguaggio
come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto».
vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro
trovammo l’altro assai più fero e maggio.
non so io dir, ma el tenea soccinto
dinanzi l’altro e dietro il braccio destro
dal collo in giù, sì che ’n su lo scoperto
si ravvolgëa infino al giro quinto.
di sua potenza contra ’l sommo Giove»,
disse ’l mio duca, «ond’ elli ha cotal merto.
quando i giganti fer paura a’ dèi;
le braccia ch’el menò, già mai non move».
che de lo smisurato Brïareo
esperïenza avesser li occhi mei».
presso di qui che parla ed è disciolto,
che ne porrà nel fondo d’ogne reo.
ed è legato e fatto come questo,
salvo che più feroce par nel volto».
che scotesse una torre così forte,
come Fïalte a scuotersi fu presto.
e non v’era mestier più che la dotta,
s’io non avessi viste le ritorte.
e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
sanza la testa, uscia fuor de la grotta.
che fece Scipïon di gloria reda,
quand’ Anibàl co’ suoi diede le spalle,
e che, se fossi stato a l’alta guerra
de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda
mettine giù, e non ten vegna schifo,
dove Cocito la freddura serra.
questi può dar di quel che qui si brama;
però ti china e non torcer lo grifo.
ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta
se ’nnanzi tempo grazia a sé nol chiama».
le man distese, e prese ’l duca mio,
ond’ Ercule sentì già grande stretta.
disse a me: «Fatti qua, sì ch’io ti prenda»;
poi fece sì ch’un fascio era elli e io.
sotto ’l chinato, quando un nuvol vada
sovr’ essa sì, ched ella incontro penda:
di vederlo chinare, e fu tal ora
ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.
Lucifero con Giuda, ci sposò;
né, sì chinato, lì fece dimora,Canto XXXII
come si converrebbe al tristo buco
sovra ’l qual pontan tutte l’altre rocce,
più pienamente; ma perch’ io non l’abbo,
non sanza tema a dicer mi conduco;
discriver fondo a tutto l’universo,
né da lingua che chiami mamma o babbo.
ch’aiutaro Anfïone a chiuder Tebe,
sì che dal fatto il dir non sia diverso.
che stai nel loco onde parlare è duro,
mei foste state qui pecore o zebe!
sotto i piè del gigante assai più bassi,
e io mirava ancora a l’alto muro,
va sì, che tu non calchi con le piante
le teste de’ fratei miseri lassi».
e sotto i piedi un lago che per gelo
avea di vetro e non d’acqua sembiante.
di verno la Danoia in Osterlicchi,
né Tanaï là sotto ’l freddo cielo,
vi fosse sù caduto, o Pietrapana,
non avria pur da l’orlo fatto cricchi.
col muso fuor de l’acqua, quando sogna
di spigolar sovente la villana,
eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia,
mettendo i denti in nota di cicogna.
da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo
tra lor testimonianza si procaccia.
volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti,
che ’l pel del capo avieno insieme misto.
diss’ io, «chi siete?». E quei piegaro i colli;
e poi ch’ebber li visi a me eretti,
gocciar su per le labbra, e ’l gelo strinse
le lagrime tra essi e riserrolli.
forte così; ond’ ei come due becchi
cozzaro insieme, tanta ira li vinse.
per la freddura, pur col viso in giùe,
disse: «Perché cotanto in noi ti specchi?
la valle onde Bisenzo si dichina
del padre loro Alberto e di lor fue.
potrai cercare, e non troverai ombra
degna più d’esser fitta in gelatina:
con esso un colpo per la man d’Artù;
non Focaccia; non questi che m’ingombra
e fu nomato Sassol Mascheroni;
se tosco se’, ben sai omai chi fu.
sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi;
e aspetto Carlin che mi scagioni».
fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
e verrà sempre, de’ gelati guazzi.
al quale ogne gravezza si rauna,
e io tremava ne l’etterno rezzo;
non so; ma, passeggiando tra le teste,
forte percossi ’l piè nel viso ad una.
se tu non vieni a crescer la vendetta
di Montaperti, perché mi moleste?».
sì ch’io esca d’un dubbio per costui;
poi mi farai, quantunque vorrai, fretta».
che bestemmiava duramente ancora:
«Qual se’ tu che così rampogni altrui?».
percotendo», rispuose, «altrui le gote,
sì che, se fossi vivo, troppo fora?».
fu mia risposta, «se dimandi fama,
ch’io metta il nome tuo tra l’altre note».
Lèvati quinci e non mi dar più lagna,
ché mal sai lusingar per questa lama!».
e dissi: «El converrà che tu ti nomi,
o che capel qui sù non ti rimagna».
né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti,
se mille fiate in sul capo mi tomi».
e tratti glien’ avea più d’una ciocca,
latrando lui con li occhi in giù raccolti,
non ti basta sonar con le mascelle,
se tu non latri? qual diavol ti tocca?».
malvagio traditor; ch’a la tua onta
io porterò di te vere novelle».
ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
di quel ch’ebbe or così la lingua pronta.
“Io vidi”, potrai dir, “quel da Duera
là dove i peccatori stanno freschi”.
tu hai dallato quel di Beccheria
di cui segò Fiorenza la gorgiera.
più là con Ganellone e Tebaldello,
ch’aprì Faenza quando si dormia».
ch’io vidi due ghiacciati in una buca,
sì che l’un capo a l’altro era cappello;
così ’l sovran li denti a l’altro pose
là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca:
le tempie a Menalippo per disdegno,
che quei faceva il teschio e l’altre cose.
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi ’l perché», diss’ io, «per tal convegno,
sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io te ne cangi,Canto XXXIII
quel peccator, forbendola a’ capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.
disperato dolor che ’l cor mi preme
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
parlar e lagrimar vedrai insieme.
venuto se’ qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand’ io t’odo.
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri;
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.
la qual per me ha ’l titol de la fame,
e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,
più lune già, quand’ io feci ’l mal sonno
che del futuro mi squarciò ’l velame.
cacciando il lupo e ’ lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s’avea messi dinanzi da la fronte.
lo padre e ’ figli, e con l’agute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.
pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli
ch’eran con meco, e dimandar del pane.
pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?
che ’l cibo ne solëa essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;
a l’orribile torre; ond’ io guardai
nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”.
tutto quel giorno né la notte appresso,
infin che l’altro sol nel mondo uscìo.
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
di manicar, di sùbito levorsi
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia”.
lo dì e l’altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perché non t’apristi?
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.
vid’ io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’ io mi diedi,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno».
riprese ’l teschio misero co’ denti,
che furo a l’osso, come d’un can, forti.
del bel paese là dove ’l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’elli annieghi in te ogne persona!
d’aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.
novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata
e li altri due che ’l canto suso appella.
ruvidamente un’altra gente fascia,
non volta in giù, ma tutta riversata.
e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo,
si volge in entro a far crescer l’ambascia;
e sì come visiere di cristallo,
rïempion sotto ’l ciglio tutto il coppo.
per la freddura ciascun sentimento
cessato avesse del mio viso stallo,
per ch’io: «Maestro mio, questo chi move?
non è qua giù ogne vapore spento?».
di ciò ti farà l’occhio la risposta,
veggendo la cagion che ’l fiato piove».
gridò a noi: «O anime crudeli
tanto che data v’è l’ultima posta,
sì ch’ïo sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna,
un poco, pria che ’l pianto si raggeli».
dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,
al fondo de la ghiaccia ir mi convegna».
i’ son quel da le frutta del mal orto,
che qui riprendo dattero per figo».
Ed elli a me: «Come ’l mio corpo stea
nel mondo sù, nulla scïenza porto.
che spesse volte l’anima ci cade
innanzi ch’Atropòs mossa le dea.
le ’nvetrïate lagrime dal volto,
sappie che, tosto che l’anima trade
da un demonio, che poscia il governa
mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto.
e forse pare ancor lo corpo suso
de l’ombra che di qua dietro mi verna.
elli è ser Branca Doria, e son più anni
poscia passati ch’el fu sì racchiuso».
ché Branca Doria non morì unquanche,
e mangia e bee e dorme e veste panni».
là dove bolle la tenace pece,
non era ancora giunto Michel Zanche,
nel corpo suo, ed un suo prossimano
che ’l tradimento insieme con lui fece.
aprimi li occhi». E io non gliel’ apersi;
e cortesia fu lui esser villano.
d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
perché non siete voi del mondo spersi?
trovai di voi un tal, che per sua opra
in anima in Cocito già si bagna,Canto XXXIV
verso di noi; però dinanzi mira»,
disse ’l maestro mio, «se tu ’l discerni».
o quando l’emisperio nostro annotta,
par di lungi un molin che ’l vento gira,
poi per lo vento mi ristrinsi retro
al duca mio, ché non lì era altra grotta.
là dove l’ombre tutte eran coperte,
e trasparien come festuca in vetro.
quella col capo e quella con le piante;
altra, com’ arco, il volto a’ piè rinverte.
ch’al mio maestro piacque di mostrarmi
la creatura ch’ebbe il bel sembiante,
«Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco
ove convien che di fortezza t’armi».
nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,
però ch’ogne parlar sarebbe poco.
pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno,
qual io divenni, d’uno e d’altro privo.
da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia;
e più con un gigante io mi convegno,
vedi oggimai quant’ esser dee quel tutto
ch’a così fatta parte si confaccia.
e contra ’l suo fattore alzò le ciglia,
ben dee da lui procedere ogne lutto.
quand’ io vidi tre facce a la sua testa!
L’una dinanzi, e quella era vermiglia;
sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla,
e sé giugnieno al loco de la cresta:
la sinistra a vedere era tal, quali
vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla.
quanto si convenia a tanto uccello:
vele di mar non vid’ io mai cotali.
era lor modo; e quelle svolazzava,
sì che tre venti si movean da ello:
Con sei occhi piangëa, e per tre menti
gocciava ’l pianto e sanguinosa bava.
un peccatore, a guisa di maciulla,
sì che tre ne facea così dolenti.
verso ’l graffiar, che talvolta la schiena
rimanea de la pelle tutta brulla.
disse ’l maestro, «è Giuda Scarïotto,
che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!;
Ma la notte risurge, e oramai
è da partir, ché tutto avem veduto».
ed el prese di tempo e loco poste,
e quando l’ali fuoro aperte assai,
di vello in vello giù discese poscia
tra ’l folto pelo e le gelate croste.
si volge, a punto in sul grosso de l’anche,
lo duca, con fatica e con angoscia,
e aggrappossi al pel com’ om che sale,
sì che ’n inferno i’ credea tornar anche.
disse ’l maestro, ansando com’ uom lasso,
«conviensi dipartir da tanto male».
e puose me in su l’orlo a sedere;
appresso porse a me l’accorto passo.
Lucifero com’ io l’avea lasciato,
e vidili le gambe in sù tenere;
la gente grossa il pensi, che non vede
qual è quel punto ch’io avea passato.
la via è lunga e ’l cammino è malvagio,
e già il sole a mezza terza riede».
là ’v’ eravam, ma natural burella
ch’avea mal suolo e di lume disagio.
maestro mio», diss’ io quando fui dritto,
«a trarmi d’erro un poco mi favella:
sì sottosopra? e come, in sì poc’ ora,
da sera a mane ha fatto il sol tragitto?».
d’esser di là dal centro, ov’ io mi presi
al pel del vermo reo che ’l mondo fóra.
quand’ io mi volsi, tu passasti ’l punto
al qual si traggon d’ogne parte i pesi.
ch’è contraposto a quel che la gran secca
coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto
tu haï i piedi in su picciola spera
che l’altra faccia fa de la Giudecca.
e questi, che ne fé scala col pelo,
fitto è ancora sì come prim’ era.
e la terra, che pria di qua si sporse,
per paura di lui fé del mar velo,
per fuggir lui lasciò qui loco vòto
quella ch’appar di qua, e sù ricorse».
tanto quanto la tomba si distende,
che non per vista, ma per suono è noto
per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,
col corso ch’elli avvolge, e poco pende.
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d’alcun riposo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.
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